Esistono ferite che non si rimarginano, storie che si ripetono nel tempo come un vento che torna a soffiare. È su questa immagine evocativa che prende vita “Nella trappola del vento passato”, il corto teatrale realizzato dagli studenti del Liceo Statale “Giuseppe Tarantino” di Gravina in Puglia per l’VIII edizione del Concorso Internazionale “Uno, Nessuno e Centomila”.
Ispirato alla novella di Luigi Pirandello “L’altro figlio”, il progetto nasce da un intenso lavoro di cooperative learning, che ha coinvolto 28 studenti provenienti da diversi indirizzi di studio, sotto la guida della professoressa Filomena Caso. Dopo un’attenta lettura di dieci novelle pirandelliane, la scelta è ricaduta su “L’altro figlio”, per la sua capacità di intrecciare temi profondamente attuali: l’emigrazione, l’abbandono, la solitudine, l’incomunicabilità, la criminalità e la violenza.
Al centro della trasposizione teatrale, il personaggio di Maragrazia, intrappolata tra il passato e il presente, tra il dolore della perdita e il peso della memoria. La sua storia diventa una riflessione su come la violenza, nelle sue diverse forme, possa trasformarsi in una prigione mentale, capace di condizionare il destino di intere generazioni.
Un lavoro che non si limita a raccontare un dramma individuale, ma che invita a guardare oltre, lasciando aperta una possibilità di riscatto e di speranza.

Come è nata l’idea di realizzare un lavoro collettivo che coinvolgesse studenti di indirizzi diversi?
Il Liceo Tarantino di Gravina in Puglia è un Istituto costituito da cinque indirizzi di studio, Scientifico, Scienze Applicate, Classico, Linguistico e Musicale, con proprie specificità e questo rappresenta indubbiamente un punto di forza per la nostra scuola – chiarisce il Dirigente Scolastico, prof. Berardo Guglielmi – , infatti non mancano occasioni di condivisione delle esperienze e di collaborazione tra gli indirizzi con conseguente reciproco arricchimento. L’Istituto ha promosso nella sua pratica didattica quotidiana, a partire già dalle Indicazioni Nazionali del DPR 89/2010 fino alle ultime Linee Guida ministeriali per l’orientamento e per l’educazione civica, il superamento della sola dimensione trasmissiva delle conoscenze e la valorizzazione della didattica orientativa e laboratoriale, con l’utilizzo di tempi e spazi flessibili anche in orario antimeridiano e con proposte di attività per classi parallele e per classi aperte in maniera nuova e sperimentale, concorrendo a supportare gli studenti per una maggiore consapevolezza di se stessi, delle proprie abilità, interessi, aspirazioni, perché i talenti e le eccellenze, quali che siano, se non costantemente riconosciuti ed esercitati, di fatto non si sviluppano.
Pertanto il lavoro di lettura, analisi e scrittura creativa, avviato nella classe II B dalla prof.ssa Filomena Caso, è stato poi proposto a studenti anche di altri indirizzi che hanno nel tempo manifestato particolari attitudini ed interessi specificatamente storici (per la ricerca di materiale sul tema dell’emigrazione nelle nostre terre agli inizi del Novecento e di materiale contemporaneo sullo stesso tema), artistici (per la scrittura creativa, l’interpretazione teatrale, il canto, la musica, la danza, il disegno) e tecnici (per la scenografia, la realizzazione del video di apertura e chiusura della performance, i costumi e il trucco). Appare chiaro come la realizzazione del lavoro finale, impreziosito da tali contributi, ne abbia beneficiato, ma, cosa ben più rilevante per la formazione dei nostri studenti, come essi stessi abbiano potuto indagare meglio le proprie potenzialità, condividere e maturare, nella socializzazione, le proprie risorse e superare i propri limiti.
Perché avete scelto proprio L’altro figlio tra le dieci novelle pirandelliane analizzate?
La scelta per tutti noi è stata immediata – sostengono le studentesse e gli studenti – . Nel momento in cui abbiamo analizzato le singole novelle e successivamente condiviso le nostre letture è stato chiaro sin da subito l’interesse verso la novella “L’altro figlio”. La novella infatti si apre su un tema, quello dell’emigrazione, dell’abbandono dei propri cari e della propria terra, ma poi diventa altro, molto di più di quanto ci si possa aspettare. C’è il tema della solitudine, delle illusioni tradite, della ferocia nelle relazioni umane e poi, come se Pirandello avesse preso a giocare con tutti noi, offrendoci molteplici maschere della stessa realtà, ci si rende conto che il tema principale in realtà era un altro, o come direbbe lui, uno, nessuno e centomila. Compare come una brutta musica di sottofondo il tema della violenza di genere. E’ un tema che ci sta profondamente a cuore, a cui teniamo molto e su cui abbiamo discusso tanto e per il quale abbiamo prodotto anche un giornale scolastico in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Sarà anche per questo che non abbiamo avuto dubbi: appena letta la novella, ci è sembrata quella più adatta a parlare del mondo pirandelliano, dell’attualità, ma anche di noi.

Il tema della violenza è diventato centrale nella vostra drammaturgia. In che modo lo avete sviluppato?
Abbiamo voluto riservare allo spettatore lo stesso stupore che abbiamo provato noi nella lettura, così abbiamo deciso di aprire la nostra performance con un breve video sul tema dell’emigrazione e solo un accenno al nucleo del dramma, così da generare uno shock tra quanto rappresentato nel video e quanto si vedrà in scena. Inoltre chi parteciperà alla nostra rappresentazione sulle prime saprà di Maragrazia solo quello che Ninfarosa e le comari del paese dicono, o meglio riusciranno a cogliere solo la maschera che esse attribuiscono a Maragrazia, all’apparenza una donna pazza, consumata dal tempo, una madre abbandonata dai propri figli, che si illude con tutto il cuore di riabbracciarli, ma anche una donna che rifiuta l’aiuto dell’unico figlio rimasto in patria; solo alla fine il pubblico sarà messo di fronte al mostro interiore che divora Maragrazia, il passato oscuro che la perseguita e la tiene in trappola. La decisione di rappresentare il conflitto interiore di una donna e di una madre ci ha permesso di scendere nella profondità del personaggio e, di conseguenza, di ognuno di noi e capire che violenza è fatta sì di abusi fisici che ci chiudono in una stanza degli orrori da cui sembra impossibile uscire, ma essa è anche la crudeltà delle relazioni che quotidianamente intessiamo tra di noi. Tuttavia non abbiamo voluto lasciare che questa tematica spegnesse le nostre più fervide speranze, pertanto abbiamo in chiusura riportato un testo scritto da noi e una chiusura video che, in consonanza col messaggio pirandelliano, ci potesse parlare di riscatto e di rinascita.
Maragrazia è un personaggio intrappolato nel passato. Come avete reso scenicamente questa sua condizione?
Dal punto di vista scenico – proseguono i ragazzi – abbiamo deciso di scindere il personaggio di Maragrazia in due, quella del passato e quella del presente, dedicando loro due spazi distinti sul palco, che nella nostra rappresentazione funge da protagonista, parla anche quando è muto. Il passato è una sorta di limbo in penombra, lo si percepisce, riaffiora a tratti solo con rumori dal fondo come il rotolare di una palla da bocce, e sarà percepito come minaccia inquietante sempre incombente sul presente. La trappola è una scena del passato che si ripete in loop nella testa della protagonista che riesce a ricordare persino ogni singolo dettaglio (il vento, la porticina, i capperi…) proprio perché ogni cosa è incisa nel suo animo. Volutamente il titolo che abbiamo dato al lavoro è ambiguo, Nella trappola del vento passato, è sia il vento che sfiora e passa su Maragrazia e di cui noi veniamo a conoscenza nel suo monologo, ma anche il vento come passato, come condizione temporale che imprigiona la donna. E del piano temporale del passato faranno parte anche i due figli lontani rappresentati di spalle al presente e al passato, volti verso una terza dimensione, quella del futuro da cui Maragrazia è esclusa, a indicare l’egoismo e l’indifferenza di quanti potrebbero essere di aiuto con il loro amore ma che non fanno altro che infliggere una ulteriore ferita alla protagonista.

Pirandello parla di illusioni e speranze disattese. Secondo voi, il suo messaggio è ancora attuale oggi?
Assolutamente! Il messaggio di Pirandello sulle illusioni e le speranze disattese è molto attuale: Pirandello ci parla della fragilità dell’essere umano in modo universale e ci invita a riflettere sulla natura dell’identità e sulla complessità delle relazioni umane, temi che risuonano ancora fortemente nella nostra società contemporanea. Viviamo in un mondo – riflettono gli studenti – in cui le aspettative spesso non corrispondono alla realtà e in cui addirittura siamo noi stessi ad illudere gli altri e ad illuderci ricorrendo a tutto ciò che le ultime scoperte scientifiche e tecnologiche ci offrono, pensiamo per esempio al mondo virtuale; cosicché molti di noi si trovano a confrontarsi con continue delusioni e incertezze. Le sfide legate all’autenticità sono esperienze universali che continuano a toccare le vite di molti…forse di tutti, per questo Pirandello sarà sempre attuale.
Quali sono stati gli aspetti più complessi da affrontare nella trasposizione teatrale della novella?
La parte più complicata della trasposizione teatrale della novella è stato lo sforzo di mantenerci aderenti alla novella ma allo stesso tempo renderla originale e attuale, così come è stato difficile poter dare un messaggio incisivo nello spazio delle pagine assegnato dal Concorso. Dal punto di vista scenico invece la difficoltà più rilevante è stata rendere visibile la tensione emotiva dei personaggi e rappresentare la complessa psicologia di Maragrazia e il conflitto temporale tra presente e passato che è nel suo animo; ci auguriamo che la rappresentazione possa rendere al meglio questa opposizione. Un’altra difficoltà con cui abbiamo voluto misurarci è la realizzazione di un video che traducesse in immagini il dramma dell’emigrazione di ieri e di oggi e che fosse, proprio come nella novella, solo il pretesto per parlare della condizione della donna.
C’è stata una scena particolarmente intensa o difficile da rappresentare?
Ogni volta che si interpreta un personaggio, ciò che risulta più complesso, specialmente per chi non è un attore, è dare un carattere e una personalità ad un personaggio che nella vita reale non esiste, ma in cui alcuni spettatori possano rivedersi, e quindi cercare di dare una caratterizzazione ai personaggi anche se si esprimono con poche battute. Ancora più complicato è stato caratterizzare un personaggio e una scena senza ricorrere alle parole, solo con la mimica e la gestualità, proprio come avviene nei fermoimmagine. Concordemente abbiamo ritenuto che la scena forse più difficile da realizzare e la più “brutta” per la sua estrema crudezza sia stata proprio quella del fermoimmagine finale che rappresenta una scena di violenza di gruppo, perché ha creato in ciascuno di noi una connessione istantanea tra la pagina scritta, la finzione teatrale e la realtà.
Come avete vissuto questo viaggio nel mondo pirandelliano?
E’ stato un viaggio bellissimo, che ci ha fatto crescere molto sia come studenti che come persone, un’esperienza estremamente arricchente. Attraverso la lettura delle novelle pirandelliane abbiamo avuto modo di conoscere la poetica pirandelliana ma anche, interpretando il testo, di sviluppare tante e preziosissime competenze in modo nuovo, coniugando la serietà del lavoro col piacere di stare insieme. E’ stato un modo per tutti noi ragazzi, di età diverse e percorsi scolastici diversi, per collaborare, arricchirci e consolidare il nostro rapporto. Recitare sul palco di uno dei teatri più importanti d’Italia è un’esperienza tanto unica quanto rara, siamo profondamente felici e onorati di aver avuto questa opportunità.
Che emozioni sperate di suscitare nel pubblico con la vostra opera?
Con la nostra opera speriamo di suscitare nel pubblico una riflessione profonda a partire dal riconoscimento dell’attualità delle tematiche pirandelliane. Vogliamo che il pubblico si senta coinvolto in un viaggio emotivo, lasciandosi interrogare dal dramma della protagonista. Ci auguriamo che gli spettatori sentano un legame profondo con i personaggi, che capiscano le loro fragilità e le confrontino con le proprie illusioni e i propri conflitti interiori e che alla fine ci sia una sorta di catarsi, come spesso succede con le grandi opere teatrali.
Professoressa Caso, dopo questa esperienza, avete in mente di portare avanti altri progetti teatrali ispirati alla letteratura?
Le iniziative culturali sono sempre molteplici e tutte estremamente interessanti, tanto che a volte perseguire una a scapito di qualcun’altra non può che sembrare un grave torto, ma è inevitabile dover operare delle scelte – conclude la prof. Filomena Caso – . Negli ultimi anni si assiste ad una chiara linea di indirizzo culturale di carattere scientifico-tecnologico tesa ad allineare il nostro paese a certi standard europei e mondiali. Tuttavia di fronte a questo imperativo ne sorge uno altrettanto importante e quasi necessario, nuovo quanto antico, quello di dover salvaguardare l’umano. Gli studia humanitatis perciò credo che oggi trovino ancor più motivo di esistere, proprio perché sono l’unico controcanto possibile alla logica del profitto, dei consumi e dell’individualismo. La scuola, in questo tessere fili che tengano in equilibrio le due tendenze, che vanno intrecciate ai vissuti spesso complessi degli studenti, schiacciata dagli adempimenti meramente burocratici, resta, nonostante tutto, campo vivo sperimentalmente aperto e i progetti teatrali ispirati alla letteratura l’imprescindibile suo paradigma educativo.


Ficuzza, viaggio tra malinconia e speranza