Può un grande classico della letteratura intrecciarsi con il tema attualissimo dell’intelligenza artificiale? Gli studenti del Liceo Scienze Umane “R. Politi” di Agrigento, hanno raccolto questa sfida con il loro corto teatrale Un’insana passione, ispirato alla novella La carriola di Luigi Pirandello.
Sotto la guida della professoressa Maria Grazia Fantauzzo, i giovani autori Nicole Sciangula, Sofia Alba e Martina Puntorno, insieme a un gruppo di 26 studenti di diverse classi – tra cui Giulio Micalef e gi allievi della IV E Econ. Soc. – hanno sviluppato un testo originale che trasporta le riflessioni pirandelliane nel mondo contemporaneo.

Il protagonista della storia, un ingegnere di robotica, crea un’intelligenza artificiale dalle sembianze grottesche di una pizza, trasformandola in un oggetto di attenzioni morbose e quasi ossessive. L’automa diventa così simbolo della frustrazione e dell’illusione di un’esistenza apparentemente di successo, ma in realtà vuota e alienante.
In questo lavoro teatrale, il gruppo ha voluto riprendere e re-interpretare le dinamiche di sdoppiamento e crisi identitaria tanto care a Pirandello, con una chiave ironica e provocatoria che mette in discussione i confini tra realtà e artificio, tra uomo e macchina. Il testo è nato da un laboratorio di scrittura creativa in cui gli studenti hanno provato a immedesimarsi nel drammaturgo siciliano, tentando di ricreare la sua poetica con uno sguardo critico sull’oggi.

Come è nata l’idea di attualizzare La carriola attraverso il tema dell’intelligenza artificiale?
La novella “La carriola” – spiega la docente referente del progetto, la professoressa Maria Grazia Fantauzzo – è quella che ha affascinato maggiormente i miei ragazzi, tra le tante esaminate, non solo per la storia, ma anche per il modo con cui l’autore ce la narra.
Gli alunni, pertanto, sono partiti dalla tematica del grottesco che si evince con chiarezza nell’atto di far fare la carriola alla malcapitata cagnolina e da lì hanno cercato di immaginare qualcosa che sapesse di assurdo nell’ambito della nostra realtà.
Dal momento che ovunque, in questi giorni, non si fa altro che parlare di IA, di robot dalle sembianze umane che sostituiscono l’uomo in più contesti, i ragazzi, confrontandosi – in tutto sono tre i gruppi che hanno collaborato -, sono arrivati alla conclusione di sostituire il cane con un robot dall’aspetto particolare, a forma di pizza, perché si riallaccia con il vissuto del protagonista, per poter destare quello stupore che nasce quando la meraviglia si sposa con il ribrezzo per acquisire il sapore dell’assurdo, lo stesso che può suscitare una povera cagnolina tormentata dal suo padrone per un “insano” piacere.
Professoressa Fantauzzo, quali sono stati i passaggi più complessi nella scrittura e nell’elaborazione del testo?
La scrittura ha impegnato tanto i tre gruppi prima dell’ideazione del testo.
In una prima fase, hanno lavorato separatamente realizzando delle storie diverse tra loro in base alla differente sensibilità e fantasia posseduta.

In un secondo momento si è svolto il lavoro di lettura e confronto delle singole narrazioni per assemblare gli spunti più validi che ognuna di esse conteneva in modo da dare vita al racconto finale che è stato più volte corretto e riscritto: questa è stata la fase più difficile.
Infine è stato fatto un lavoro di supervisione senza trascurare i motivi salienti della poetica pirandelliana già evidenziati nella novella “La carriola”. Significativo è stato il dibattito che nelle varie fasi non è mai mancato con lo scambio di idee e ipotesi da vagliare.

In che modo hanno lavorato sulla messa in scena? Quali scelte registiche e scenografiche sono state adottate?
Durante l’elaborazione del testo teatrale, man mano che venivano inseriti i dialoghi e prendeva corpo la storia nel suo svolgimento, è stata prestata attenzione a quello che doveva essere il contesto spazio-temporale. Pertanto nel copione sono stati appuntati gli elementi riguardanti l’ambientazione.
La storia si svolge in una casa-laboratorio, ma poi si sposta all’interno di uno spazio immaginario che corrisponde con i ricordi del passato in cui il protagonista si rivede giovane e sognante, fiducioso nel futuro. Pertanto vengono messe a confronto le due realtà mentre le due scene, dalla differente ambientazione, corrispondono allo sdoppiamento dell’individuo.
Il protagonista del vostro corto vive una crisi esistenziale simile a quella dei personaggi pirandelliani. Quanto credete che questa tematica sia attuale per la vostra generazione?
La tematica della crisi esistenziale, simile a quella dei personaggi pirandelliani – sostiene Erika Scibetta -, è ancora molto attuale. Pirandello, con la sua riflessione sul conflitto tra individuo e società, incomprensione tra le diverse maschere che le persone indossano e la ricerca di un’identità, ha saputo cogliere aspetti universali dell’esistenza. Oggi, in un mondo dove l’incertezza e il vuoto esistenziale sono accentuati, molti si ritrovano in situazioni simili a quelle descritte nei suoi lavori.
Il protagonista della nostra storia potrebbe quindi essere visto come un simbolo di questa continua ricerca di un’identità e di un significato in un contesto che sembra sfuggire a ogni certezza. Tematiche come la difficoltà di comunicare con gli altri, la frustrazione derivante da un mondo che sembra rifiutare la comprensione di sé stessi sono ancora molto presenti nelle dinamiche sociali.

Il titolo, Un’insana passione, suggerisce un contrasto tra razionalità e ossessione. Quale messaggio volete trasmettere al pubblico?
Il titolo vuole suggerire proprio il contrasto tra razionalità ed ossessione – afferma Erika – . Quello che si vuole trasmettere al pubblico è proprio il conflitto interiore, dove una passione che inizialmente può sembrare positiva o intensa, quando diventa ossessione, perde il contatto con la razionalità. Quindi l’ossessione diventa pericolosa, portando il protagonista a una distorsione della realtà, dove i suoi pensieri e sentimenti non sono più controllabili.
Il messaggio centrale, pertanto, riguarda il rischio di lasciarsi sopraffare da emozioni incontrollate e dalla ricerca di un desiderio che, anziché arricchire la vita, la rende autodistruttiva perché dipende solo da quell’ossessione. Si parla di una tensione tra il lasciarsi vivere dominati dalle proprie passioni e il bisogno di mantenere un equilibrio, di restare lucidi. Ecco che il titolo diventa una riflessione sulla necessità di non cedere completamente alla passione, ma di preservare un certo grado di consapevolezza, per evitare che la passione diventi una trappola che determinerà il proprio futuro.
Che cosa vi ha colpito di più della poetica di Pirandello e quale delle sue tematiche vi ha ispirato maggiormente? Martina Puntorno
La poetica di Pirandello – risponde Martina Puntorno – mi ha colpito per i vari motivi che propone, ma soprattutto per la sua capacità di esplorare la complessità dell’identità umana e la relatività della verità. L’idea del contrasto tra “maschera” e “volto”, ovvero tra l’immagine che diamo agli altri e la loro vera essenza, è una tematica che mi ha ispirato profondamente. Pirandello riesce a mostrare come la realtà sia sfuggente e soggettiva, e questo spinge a riflettere sul nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.
In particolare, in “Uno, nessuno e centomila” mi ha affascinato l’idea che non esista un’identità fissa, ma che siamo percepiti in modi diversi da ogni persona che incontriamo. Questo tema, così attuale, mi ha portato a interrogarmi sulla fluidità della nostra esistenza e sull’importanza dell’autoconsapevolezza.
Il vostro lavoro rientra in un laboratorio teatrale che esplora la scrittura e la messa in scena. Pensate che il teatro possa essere un mezzo efficace per parlare ai giovani di argomenti complessi? Laiba Khan
Ritengo proprio di sì – afferma Laiba Khan -, il teatro riesce a veicolare meglio certi messaggi e a rendere i giovani più attenti e riflessivi, così gli argomenti complessi possono essere recepiti senza tante lezioni o spiegazioni. Inoltre il teatro diventa fondamentale se si vogliono trasmettere insegnamenti di vita.
Avete trovato difficoltà nel rendere un tema tradizionale come quello di Pirandello accattivante per un pubblico contemporaneo?
Non è stato particolarmente complicato rendere interessante un tema tradizionale della poetica di Pirandello – sostiene Nicole Sciangula -, poiché la sua visione del mondo è facilmente adattabile alla nostra realtà. L’identità, il rapporto tra realtà e finzione, il conflitto tra ciò che siamo e ciò che mostriamo agli altri sono questioni che interessano tutti, compresi i giovani di oggi. Abbiamo semplicemente cercato di mettere in risalto questi aspetti in una forma più affine alla sensibilità contemporanea, senza alterare il messaggio originale, in modo anche da attirare e avvicinare la gente alla riflessione su queste importanti tematiche, nonché sul nostro presente e su un eventuale futuro prossimo.
Qual è stata la risposta dei vostri compagni e insegnanti dopo aver visto il corto teatrale?
Tutti i compagni – spiega Hafsa Khan – hanno contribuito a realizzare il lavoro teatrale. Tutti abbiamo curato le varie fasi dall’ideazione della storia alla registrazione del corto. Purtroppo alla fine abbiamo dovuto togliere molti passaggi importanti che davano la possibilità a più alunni di recitare per rientrare nei 4 minuti richiesti dal concorso.

Dopo questa esperienza, pensate di voler continuare a esplorare il teatro e la drammaturgia in futuro?
Assolutamente sì! Questa esperienza – dice Giada Giangreco – è stata incredibilmente stimolante e mi ha permesso di scoprire un forte interesse per il teatro. Ho apprezzato sia l’aspetto creativo della scrittura teatrale, con la costruzione di personaggi e dialoghi, sia il lato performativo, che permette di dare vita alle parole attraverso la recitazione e la messa in scena.
Mi piacerebbe continuare ad esplorare questo mondo approfondendo le tecniche di scrittura, studiando il modo in cui il testo prende forma sul palcoscenico. Inoltre, trovo affascinante il lavoro di squadra che il teatro richiede, dall’interazione tra attori e registi fino alla scenografia e alla regia.



Pirandello e le ferite della memoria