Quante versioni di noi stessi esistono? E quante di queste sono reali? Se Pirandello, con Uno, nessuno e centomila, rifletteva sulla frammentazione dell’identità attraverso lo sguardo altrui, oggi questo concetto trova nuova linfa nel mondo dei social media, dove ogni individuo è costantemente esposto al giudizio e alla costruzione di un’immagine di sé.
È su questa base che nasce “Uno specchio, cento riflessi”, il cortometraggio teatrale realizzato dal Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Aversa all’interno del Laboratorio di Giornalismo Cross Medial.
Guidati dalla prof.ssa Angela Gildi e dal giornalista Ignazio Riccio, gli autori Giulia De Marco, Leonardo Sammarco, Lucia Campochiaro, Sara Della Corte e Vivian Pedata hanno riletto il capolavoro pirandelliano in chiave contemporanea, mettendo al centro la storia di Matilde, una giovane che, come tanti suoi coetanei, si trova immersa in un mondo fatto di apparenze e di costruzioni virtuali.
Attraverso la sua vicenda, gli studenti hanno voluto dimostrare come l’identità non debba essere modellata in base alle aspettative della società, ma costruita sulla consapevolezza di sé e sull’accettazione della propria autenticità. Un messaggio forte e attuale, che fa di Pirandello un autore più moderno che mai.
Ne abbiamo parlato con la prof. Angela Gildi, il giornalista Ignazio Riccio e gli studenti.

Che cosa vi ha spinto a reinterpretare Uno, nessuno e centomila in chiave contemporanea legata ai social media?
Abbiamo scelto di reinterpretare Uno, nessuno e centomila in chiave contemporanea perché viviamo quotidianamente i social, vediamo come ci sia un mondo non reale, basato sulla finzione e la tendenza di mostrarsi sempre perfetti e superiori.
In che modo avete costruito il personaggio di Matilde e quali aspetti della sua storia rispecchiano le esperienze reali dei ragazzi di oggi?
Costruire il personaggio, purtroppo, non è stato difficile. Tutto ciò che abbiamo raccontato attraverso le sue vesti come i suoi pensieri, le sue paure non sono altro che uno specchio in cui noi ci guardiamo ogni giorno.

Pirandello esplora il concetto di identità frammentata. Secondo voi, i social media amplificano o trasformano questa dinamica?
Secondo noi, i social media amplificano questa dinamica perché, come abbiamo già detto, si tende a mostrare una vita che non ci appartiene del tutto.
Quali strumenti narrativi e visivi avete usato per rendere la presenza dei social nella storia?
Abbiamo utilizzato l’app “instagram” per mostrare una Matilde apparentemente forte e sicura di sé all’inizio e capovolgere il tutto alla fine mostrando la vera Matilde. Abbiamo utilizzato la fotocamera per mostrare i suoi “difetti”, le carte da gioco per mostrare il suo punto di debolezza e agganciare poi il discorso per farla parlare di sé, il cuscino sulle gambe per nascondere la pancia… insomma ci siamo concentrati molto sui dettagli per rendere chiaro il messaggio.

Quanto è stato difficile trasporre un romanzo così complesso in un cortometraggio?
Inizialmente voleva essere un romanzo da rappresentare in teatro, poi è stato molto divertente metterci in gioco, nonostante lo scritto fosse ormai ultimato, modificando ogni singola battuta per renderla più leggera, colloquiale, spontanea.
C’è stato un momento particolarmente significativo o toccante durante la lavorazione del progetto?
Ce ne sono stati tanti. In primis cercare di dare a Matilde emozioni vere, reali che potessero effettivamente trasmettere tutto il disagio, la paura e le emozioni che ha provato in ogni singola scena. Poi il monologo che è entrato negli occhi e nel cuore di tutti noi perché anche se non lo ammettiamo, rispecchia la nostra vita; così come nel video di introduzione dove abbiamo cercato di dare un impatto significativo per quello che sarebbe stato poi l’intero cortometraggio.

Quali sono stati gli aspetti più difficili nell’adattare il linguaggio pirandelliano a una realtà così attuale?
Pirandello è stato un autore che ci ha sempre affascinato ed è stato un onore affiancarci alla sua “arte” così genuina, spontanea, immediata. La difficoltà c’è stata proprio nel cercare di imitarlo avvicinandoci quanto più possibile al suo linguaggio.
Quale messaggio sperate che arrivi al pubblico, soprattutto ai vostri coetanei?
Il messaggio che speriamo arrivi ai nostri coetanei è quello di non avere paura di mostrare le proprie insicurezze e le imperfezioni perché in un mondo in cui ci nascondiamo dietro l’apparenza di una vita perfetta sui social, bisogna capire che non c’è niente di meglio che essere capiti, amati e apprezzati per quel che si è; che se si hanno dei problemi o delle paure è importante parlarne perché ci sarà sempre qualcuno disposto ad aiutarci e che non serve nascondersi perché come abbiamo scritto nel monologo: “Siamo perfetti così come siamo. E basta crederci.”

Dopo questa esperienza, pensate di continuare a esplorare la letteratura attraverso il teatro o il cinema?
Assolutamente sì, alcuni del nostro gruppo hanno già partecipato a questo concorso ed ogni volta parteciparvi è una nuova ispirazione, una nuova idea, una nuova storia, una nuova vita. Continueremo a scrivere e prendere ispirazione dai grandi autori così da trarne un insegnamento e continuare a condividere i nostri messaggi, le nostre idee, sperando servano ai ragazzi, agli adulti, al mondo. Non si dovrebbe mai smettere di scrivere e cercare di creare un proprio giudizio o critica.
Se Pirandello fosse vissuto oggi, come pensate che avrebbe raccontato il mondo dei social media?
Secondo noi, probabilmente avrebbe raccontato il mondo dei social con lo stesso sguardo e ironico con cui descrisse l’identità umana e le maschere. Infatti “uno, nessuno e centomila”, ad esempio, troverebbe una rappresentazione perfetta nei profili social dove ognuno costruisce una versione di sé magari frammentata o mutevole a seconda del pubblico. Come nei suoi drammi, i personaggi avrebbero oscillato tra il bisogno di riconoscimento e la paura di essere smascherati, tra la volontà di esistere agli occhi degli altri e la consapevolezza di non essere mai davvero sé stessi. Insomma probabilmente per Pirandello i social sarebbero stati il palcoscenico perfetto per mettere in scena il dramma, l’identità moderna, molteplice, fragile e condizionata dallo sguardo altrui. Infondo è così che ce lo siamo immaginati nell’era dei social e abbiamo preso spunto da questa visione.


La libertà oltre le convenzioni