Nella novella pirandelliana il grido delle madri ferite resta sospeso nell’eco di un abbandono: “cari figli”. Nella rilettura del Liceo Classico “Siotto Pintor” di Cagliari, quel richiamo si rovescia e torna indietro, diventando risposta filiale: “cara mamma”. Μέθεξις -partecipazione, condivisione profonda, comunicazione – è la parola scelta per abitare questo spazio di dolore e amore insieme, dove il lasciar andare diventa gesto estremo di rispetto. Le voci delle madri pirandelliane e di quelle contemporanee si intrecciano in una coralità che attraversa contesti di violenza e separazione, trasformando la perdita in legame e il distacco in relazione. La rilettura si muove così nel cuore di L’altro figlio: non solo abbandono, ma appartenenza ferita che continua a cercarsi.

Per comprendere le scelte interpretative e il percorso che ha guidato questa riscrittura, abbiamo rivolto alcune domande alle docenti referenti del progetto. le professoresse Cinzia Rombi e Anna Galistu.
Un percorso guidato da una chiara intenzione pedagogica: le professoresse Cinzia Rombi e Anna Galistu ci spiegano il cuore teorico del progetto.
– Cosa vi ha guidato nella scelta di rileggere L’altro figlio attraverso la voce delle madri e il tema del “lasciar andare”?
“Nella novella pirandelliana de “L’altro figlio” vengono affrontate diverse tematiche. Quelle che ci hanno interessato maggiormente sono la figura materna, filo conduttore di tutta la drammaturgia, e il tema del dolore. “Il lasciar andare” corrisponde a un mutamento del legame materno, che prima fa da guida e con il tempo si evolve, conservando la sua profondità, ma dando anche la possibilità di continuare a scoprire questo mondo da soli ; successivamente questo ‘ lasciar andare” si intreccia con il dolore di chi viene lasciato, il dolore delle madri. Per quanto il distacco sia una scelta, questo dolore non ci lascia indifferenti, ma ne cogliamo il difficile risvolto emotivo, che lascia un senso di vuoto e di amarezza nelle madri che soffrono la lontananza dei figli.”
– Il titolo greco Μέθεξις introduce l’idea di partecipazione profonda: come è nato e come è stato sviluppato nel lavoro?
“In realtà è nato prima il lavoro e poi il titolo. Ci piaceva l’idea di un titolo in greco perché frequentando un liceo classico cogliamo la dimensione storica degli eventi ma anche quella universale e senza tempo dei sentimenti. Il titolo allude a un legame viscerale che puó essere fonte di gioia, orgoglio, ma anche di sofferenza, soprattutto quando le aspettative di una madre vengano deluse con il silenzio dei figli lontani, o la madre subisca al concepimento una violenza che si ripercuote sul rapporto con il nascituro, fin dal grembo materno, proprio per la complessitá di quel legame viscerale madre-figlio cosí ben delineato da Pirandello ne “ L’altro figlio “ attraverso il trauma vissuto dalla protagonista. Per lei la vita del figlio è solo memoria del dolore subito, non genera gioia ma solo ricordo dell’umiliazione e del dolore impresso nella sua carne e nel suo spirito. In un tempo in cui psicologia e psicanalisi muovevano i primi passi, Pirandello infrange il mito di un legame madre-figlio necessariamente improntato alla cura e alla dedizione, facendo comprendere ai lettori che la relazione con il figlio inizia dal desiderio del figlio e quanto grave sia il tema della violenza sessuale inflitta alle donne di tutti i tempi in contesti di guerra e crimini. Il passato ritorna vivo nel presente in loro con il dolore dei traumi subiti. Nella seconda parte del testo, invece, abbiamo voluto cogliere la complessità positiva e dolente insieme del legame fra madri e figli attraverso voci di madri, prima pirandelliane e poi moderne, che non perdono quel legame, il quale si modifica parallelamente alla crescita e alla partenza dei figli.”

– In che modo avete intrecciato le madri pirandelliane con quelle contemporanee?
“La linea guida era sempre l’idea della partenza di un figlio e di perdita. Se prima i figli partivano dalla Sicilia per la Germania e l’America in cerca di una vita migliore, ora invece assistiamo, ai “viaggi della speranza” da altri paesi verso l’Europa. Ci troviamo dunque in un contesto storico mutato ma il dolore materno rimane invariato. Anzi, oggi a questo si unisce spesso l’angoscia quotidiana di madri straziate dal dolore subito dai figli partiti, quando vengono a sapere che essi si trovano non in un mondo migliore del precedente, ma in contesti di sfruttamento e tortura, come nei lager libici. Per evidenziare il trauma vissuto da queste madri contemporanee, abbiamo voluto riproporre la violenza subita dal personaggio pirandelliano di Maragrazia in una dimensione moderna, creando il monologo di una delle madri partendo da interviste di donne di vari paesi, come il Sudan del Sud e la Palestina.”
– Il passaggio da “cari figli” a “cara mamma” è molto significativo: quale prospettiva volevate aprire?
“Volevamo dare una seconda prospettiva, considerando la partenza dal punto di vista dei figli. Siamo cosí partite dal legame madre-figli visto dagli occhi dei bambini e arrivate al legame attuale fra noi e le madri attraverso l’inserimento di voci e brevi video.“
– Il contesto di violenza resta sullo sfondo ma incide sul rapporto madre-figlio: come lo avete reso scenicamente?
“Ci piaceva nelle parti più violente l’idea che la voce fosse accompagnata dal corpo così da potenziare l’ effetto visivo con uno strumento vocale che esprimesse la drammaticità vissuta, creando coreografie dal taglio frenetico e netto. Oltre a ciò, abbiamo cercato di creare una connessione con il pubblico coinvolgendolo in certi casi.”

All’autrice del cortometraggio e agli studenti coinvolti abbiamo chiesto di condividere l’esperienza di scrittura e interpretazione di questo legame doloroso e profondo.
Dalla scrittura alla scena, la riflessione teorica si fa corpo e interpretazione. Abbiamo chiesto all’autrice Sveva Contu e agli studenti Emilia Mannu, Leonardo Loddo, Margherita Sechi, Elisa Rais e Sara Mascia di raccontarci l’impatto emotivo di questa discesa nel cuore del legame materno.
– Come avete vissuto il tema del “lasciar andare” nella scrittura e nella recitazione?
“‘Il lasciar andare” è un tema molto sentito nel gruppo, in quanto presente nelle vite di tutti i giorni. Proprio a novella “L’altro figlio” ci ha portato a riflettere sul valore che riveste :“lasciar andare” è una capacità positiva delle madri, fondamentale per la crescita dei figli, che si realizzano come esseri liberi solo se capaci di fare scelte autonome. Nella scrittura e nella recitazione non abbiamo però trascurato l’intreccio di tale tema con il dolore di chi si lascia. Abbiamo cercato di vedere non solo la prospettiva delle madri ma anche quella dei figli, dolorosamente consapevoli della sofferenza materna di una madre lontana, preoccupata ma impotente. E tuttavia la nostra conclusione è che il distacco dai genitori, dalle madri soprattutto, per quanto doloroso, debba essere accettato: è giusto rispettare le inclinazioni e le direzioni di vita del figlio, connesso alla madre ma anche altro da lei. Le madri del nostro testo, sia quelle della novella pirandelliana che quelle contemporanee dei Paesi del Sud del mondo, accettano il “lasciar andare” per offrire un futuro migliore ai propri figli. Ma al di là dell’urgenza, talora drammatica, che ha generato tale separazione, e che ci induce a riflettere sui pesanti condizionamenti che le circostanze economiche, sociali e politiche esercitano sugli individui, determinando separazioni dolorose, riteniamo che la libertá sia il valore primario da salvaguardare nelle relazioni umane, e si manifesta a partire dalle scelte consapevoli che facciamo per costruire il nostro futuro.”
– Il passaggio a “cara mamma” nasce da uno sguardo filiale: cosa significa per voi?
“Il teatro è bello perché permette di vivere tante vite con ruoli diversi e con la possibilità di sbagliare e riprovare. Noi nella prima parte abbiamo indossato i panni di madri cercando di capire le loro emozioni e stati d’animo, nell’ultima parte invece siamo tornate a una dimensione più vicina a noi: quella di figlie. Per questo abbiamo proiettato video nostri, disegni di quando eravamo piccole e bigliettini scritti alle nostre madri quando eravamo bambine, commuovendoci la prima volta che abbiamo visto il filmato.”

– C’è un momento del cortometraggio in cui il legame madre-figlio vi appare più forte del dolore? Quale?
“Il dolore in questo testo si fonde sempre con la dolcezza e il sentimento materno nei confronti dei figli, a parte che nell’eccezione generata dal trauma di Maragrazia. Il momento in cui secondo noi tale legame supera il dolore si può cogliere quando sono le madri moderne a parlare, perché nonostante le loro siano storie dolorose, c’è sempre la speranza e l’idea di riscatto. Uno dei monologhi finali nasce da un’intervista fatta a una donna sud sudanese che si vede morire il figlio tra le braccia e il marito al suo fianco. Nonostante ciò, cerca di restare lucida, portando l’altro figlio in salvo. Purtroppo non siamo riuscite a riportare tutta la vicenda, ma ci siamo dovute fermare alla tragica morte del figlio, Questa lettura così triste ci ha fatto capire come il dolore e l’istinto materno di cura possano coesistere; anche in situazioni tragiche ci sarà sempre l’amore materno a proteggere i figli.”








Ciaula