C’è un momento, nella notte del minatore pirandelliano, in cui il buio non è più soltanto fatica ma attesa: quella che conduce, pian piano e a fatica, all’uscita, lì dove avviene l’emozionante scoperta. È in questa soglia solitaria e silenziosa che la rilettura del Colegiul Național “G. Barițiu” di Cluj-Napoca colloca il proprio Ciaula: non più solo l’uomo che scopre la luna, ma un padre sospeso tra la necessità del lavoro e il richiamo forte della figlia. Il gesto di separarsi dai compagni e procedere solo nella miniera diventa così segno di una frattura interiore, dove dovere e affetto, appartenenza e sacrificio si intrecciano senza soluzione. Il cortometraggio, realizzato con la regia del prof. dr. Laszlo Alexandru – girato nella storica e spettacolare Miniera di Turda – , accosta alla durezza del lavoro nella miniera la presenza luminosa della bambina, la piccola Luna, trasformando la discesa nel buio in un viaggio emotivo tra necessità e desiderio.

Per comprendere meglio le scelte interpretative e il percorso che ha guidato questa rilettura del personaggio pirandelliano, abbiamo rivolto alcune domande al docente referente e regista del cortometraggio, il prof. dr. Laszlo Alexandru.
–Cosa vi ha guidato nella scelta di mettere al centro la dimensione paterna di Ciaula, accentuando il rapporto con la bambina Luna?
“Abbiamo voluto approfondire la storia originale con un’ironia implicita. Ciaula scopre sì la Luna, ma questa è la propria figlia. Mentre parlavamo in classe che dovevamo trovare una ragazzina che facesse la parte di Luna, uno dei miei studenti ci ha gridato: “Guardi, Professore, che la mia sorellina si chiama proprio Luna e ha l’età giusta”. Poi a pensare che la madre dei due fratelli, Luca e Luna, è proprio una delle mie più brave alunne di trent’anni fa… La sceneggiatura si è costituita lì per lì con una spinta decisiva.”
-In che modo gli studenti hanno lavorato sulle motivazioni del protagonista, sospese tra sacrificio necessario e desiderio di tornare a casa?
“Per la nostra scuola è diventata una tradizione partecipare al Concorso “Uno, nessuno e centomila” ad Agrigento. I miei studenti si prendono ormai un anno prima tutt’e 15 i volumi delle Novelle per un anno, li leggono, se li scambiano alla ricerca della storia più adatta per il nostro cortometraggio. Infatti abbiamo avuto anche altre iniziative: La patente (con eventuali riprese fatte al Palazzo di Giustizia della nostra città) ecc. Ma quando è spuntata questa variante, ci siamo tutti accorti che era preferibile. E poi ci siamo dedicati al progetto, ragazzi, genitori, insegnante, discutendo i minimi dettagli, progettando perfino il trasporto della squadra per le riprese nella città vicina, le luci specifiche, i vestiti e gli strumenti che dovevano usare i minatori durante il lavoro. Questo progetto didattico ha consolidato la coesione del gruppo e l’ha motivato ovviamente nello studio della lingua italiana, che rappresenta la mia finalità principale.”

-La miniera appare come spazio collettivo forte e disciplinato: come avete costruito questa dimensione scenica?
“Conoscevamo tutti questo posto assolutamente speciale sulla carta turistica del nostro Paese: la miniera Salina di Turda, le cui origini risalgono ai tempi degli antichi Romani. Ci siamo stati diverse volte, abbiamo potuto apprezzare le sue bellezze e peculiarità a livello europeo e forse anche mondiale. Eravamo sicuri che quello che aveva affascinato noi avrebbe impressionato anche il pubblico internazionale del nostro film. Infatti abbiamo trasformato un nostro punto debole in un punto forte. Come appartenenti a una scuola pubblica, il cui scopo fondamentale rimane l’istruzione delle giovani generazioni, abbiamo come le altre istituzioni del genere le aule con i banchi e le sedie, un cortile, dei corridoi ecc. Nessuno ci aveva pensato come a uno studio cinematografico. E quindi dovevamo scappare via dalla scenografia quotidiana, forse a volte noiosa, per inventarci qualcosa di verosimile e convincente. Il mio primo film l’ho girato, con altri ragazzi, in un treno. Le riprese per il mio secondo film, con una nuova classe di studenti, sono state fatte in due castelli, di notevole risonanza storica, fuori città, e in una biblioteca pubblica. Ecco che adesso siamo scesi nella celeberrima Salina di Turda, per immaginarci una storia italiana, sullo sfondo delle rocce impressionanti e della musica di Giuseppe Verdi, da poter farci immedesimare più agevolmente gli spettatori italiani.”

– Il gesto di separazione dal gruppo è decisivo: quale significato volevate evidenziare nella vostra rilettura?
“La squadra di minatori agisce come un gruppo militare. Infatti la disciplina e il coordinamento sono i principali requisiti in questo tipo di attività, che richiede anche forza e determinazione. Che cosa potrebbe spingere un essere umano a rinunciare alla sua sicurezza personale, alla protezione offertagli dal gruppo? Era questa la domanda sorta durante l’elaborazione della sceneggiatura. E così abbiamo incluso la figura di Luna, che non è più il corpo celeste scoperto con meraviglia da Ciaula nella novella di Pirandello, ma la figliuola che aspetta bella e brava il ritorno di papà a casa. Abbiamo “arricchito” anche la figura di Ciaula, che da una parte diventa un lavoratore all’interno del gruppo di compagni, viene incluso nel collettivo. Ma dall’altra parte non è più un essere elementare, uno straccio sempre umile, a disposizione degli altri, ma una persona che combatte tra il dovere del lavoro, che gli offre il pane quotidiano, e l’amore per la figliuola che lo attende.”
Alle studentesse autrici del cortometraggio, Ondina Mesaroș, Carolina Mârza, Iulia Țopan, e alle interpreti Daria Mathe e Irina Sălicean abbiamo chiesto di raccontare il loro incontro con il personaggio e con i temi della novella.

-Perché, secondo voi, Ciaula decide di staccarsi dai compagni e procedere da solo?
Daria: “Nel nostro adattamento della novella di Luigi Pirandello, il personaggio principale decide di andare avanti da solo perché vuole continuare a lavorare e a non arrendersi: come padre devoto, mette il dovere e il futuro della figlia prima della propria fatica. La sua solitudine diventa così un momento di sacrificio e di forza interiore.”
-Cosa rappresenta per voi la bambina Luna nella storia?
Iulia: “Per me Luna rappresenta la speranza e la luce nella vita difficile di Ciaula. Simboleggia la libertà e un momento di gioia in un mondo pieno di buio e sofferenza.”
-Pensate che il sacrificio per la famiglia possa giustificare la solitudine del protagonista?
Carolina: “Credo che il sacrificio compiuto dal protagonista per la sua famiglia giustifichi la sua natura introversa, poiché la devozione lo consuma e lo spinge a lavorare fino allo sfinimento, evitando così qualsiasi tipo di distrazione.”
-Ciaula vi appare più forte o più fragile? Perché?
Ondina: Ciaula è forte e fragile allo stesso tempo. Il pensiero della sua bambina, che lo aspetta nel lettino, lo fa diventare molto vulnerabile. Sebbene sia un uomo duro, che lavora giorno e notte nella miniera, al ricordo della figlia diventa fragile ed è costretto a soffrire in un luogo completamente opposto a ogni forma di vulnerabilità e sentimento. Però, è grazie a questa sua fragilità che Ciaula riesce a diventare sempre più forte e più motivato a lavorare. Nonostante la fatica e le condizioni precarie della miniera, lui lotta e lavora per poter rivedere la bimba felice.
-C’è un momento in cui il personaggio vi sembra combattuto tra dovere e amore?
Irina: “Sì, il momento più forte è quando Ciaula sceglie di separarsi dai compagni nella miniera. In quella scena è evidente il conflitto interiore: da una parte c’è il dovere, cioè il lavoro, la fatica, l’obbligo di restare con il gruppo; dall’altra c’è l’amore, rappresentato dalla visione della figlia, la piccola Luna. La figlia non è realmente presente, ma appare come un sogno ad occhi aperti, un richiamo affettivo che lo determina ad allontanarsi. Questo gesto simbolico mostra che Ciaula non è solo un minatore, ma anche un padre diviso tra la necessità e l’affetto.”




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