Sono quattro gli alunni dell’ I.I.S.S. Tommaso Fiore di Modugno – Comune in provincia di Bari – coinvolti nell’avventura di Uno, Nessuno e Centomila.
Eccoli: Nicola Scaramuzzi (autore e voce fuori campo), Vittorio Ianieri (regista e attore), Alessio Elia e Barbara Pizzuto (attori), coordinati dalla professoressa Graziana Moro.
La scelta della novella da rivisitare, “La fede” ha suscitato una riflessione sulla produzione pirandelliana, per confluire sulla messa in scena de “La Fede non fede”.
Attraverso la rappresentazione scenica “gli autori analizzano la loro fascinazione per il relativismo pirandelliano utilizzando la recitazione come strumento educativo capace di influire profondamente sulla crescita cognitiva ed emotiva individuale”.
Il protagonista è Don Angelino, un prete alla ricerca di una fede più libera e autentica in Dio: è qui che il significato di “fede” si amplia e include qualsiasi convinzione sulla realtà.
Nella mise en space cui hanno lavorato i ragazzi, ci si è interrogati sul contrasto tra “forma” e “vita”, cioè tra ciò che appare e ciò che è: sono emerse domande esistenziali affrontate nella stesura del testo da Nicola Scaramuzzi, che ne ha reso un ritratto della psicologia del giovane Don Angelino. Il protagonista, in una sorta di crisi epistemologica, si confronta con un altro personaggio chiave: l’anziano Don Pietro.
Da vedere, per scoprire cos’è il “sentimento del contrario”, capace di far emergere una realtà diversa e un sentimento autentico.
Abbiamo chiesto alla professoressa Graziana Moro di raccontarci come nasce il loro percorso.

Leggere Pirandello nel 2024, cosa significa?
Luigi Pirandello è un autore che ci parla ancora oggi e che è estremamente vivo nell’interesse dei lettori e degli spettatori perché affronta, nelle sue opere, tematiche che appaiono vicine alla nostra sensibilità: Pirandello parla “a noi” e “di noi” dando voce alla crudeltà dei meccanismi sociali in cui si può essere ingabbiati. Spesso la vita ci obbliga a portare una maschera (tra l’altro il termine “persona”, di etimologia etrusca, significa “maschera”) per accondiscendere alle aspettative sociali e per non farci sentire diversi. Tuttavia viviamo, come direbbe il sociologo Zygmunt Bauman, in una «società liquida». In questo contesto, le istituzioni sociali, i ruoli, le relazioni e i valori non godono più della stabilità, durata e chiarezza di un tempo. Ma questo provoca sofferenza nell’individuo che non sente di essere ciò che il suo “habitus” mostra e percepisce di vivere in uno stato di menzogna, ancor più quando si acuisce la consapevolezza che si è tanti quante sono le persone che ci guardano e non ci si riconosce in alcuna forma: siamo “uno, nessuno e centomila”.

Cosa ha colpito di più i ragazzi e le ragazze quando hanno approfondito lo studio di queste tematiche?
I ragazzi sono stati particolarmente affascinati dalla mutevolezza e dalla relatività dei personaggi pirandelliani, alter ego delle nostre vite: gli impulsi diversi e contraddittori che muovono il nostro agire provocano costantemente sentimenti dicotomici, sinonimo della complessità degli esseri umani, spesso attanagliati da conflittualità interiori. Le parole di Pirandello hanno confortato i nostri alunni che, in quanto esseri in divenire, hanno esperito, attraverso la lettura e l’analisi delle sue opere, l’inesistenza di una realtà oggettiva certa ed uguale per tutti. La molteplicità delle percezioni assume il valore salvifico dell’impossibilità di rinchiuderci in posizioni rigide, assolute e dogmatiche nei confronti dei nostri quotidiani interlocutori, favorendo così un esercizio costante della tolleranza. È con questa consapevolezza che è stata “riletta” la novella “La fede” di Pirandello, ma con occhi nuovi, cercando una chiave di lettura che risuonasse con la nostra attuale comprensione della verità e dell’esperienza umana.
In che modo avete collaborato allo sviluppo del lavoro con cui state partecipando?
Il lavoro di riscrittura dei nostri alunni è il prodotto scaturito dalla riflessione sui topoi letterari proposti da Pirandello con un particolare focus sulla linea di demarcazione tra “avvertimento del contrario e “sentimento del contrario”. L’atteggiamento umoristico diviene lo strumento catartico per analizzare con “leggerezza” calviniana la realtà che si ha di fronte in modo da “vedersi vivere” criticamente con il giusto coinvolgimento emotivo. Le nostre discussioni hanno portato alla luce domande esistenziali su cosa sia reale e cosa non lo sia, e su cosa ci spinga a vivere, considerando che la verità è sfuggente. Nel corso del processo creativo, la novella iniziale è stata stravolta per approfondire la psicologia del giovane Don Angelino, portandolo a vivere una sorta di crisi epistemologica. Il personaggio si trova ad affrontare la realtà e a riflettere sulle parole dell’anziano Don Pietro, un’altra figura chiave del racconto. Don Angelino non si limita a esprimere la sua volontà di abbandonare il sacerdozio, ma anima il dibattito con Don Pietro, cercando risposte e utilizzando schermaglie taglienti.
Secondo voi, qual è l’arricchimento principale che riesce a donare la letteratura di Pirandello?
Antonio Gramsci, rispetto alla letteratura di Pirandello, dice che “le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensieri”: in Pirandello si ritrova l’indicazione di un paradigma comportamentale che risiede nella ricerca dell’autenticità e della spontaneità, libere dalle trappole sociali e dalle forme in cui siamo imprigionati. Attraverso le sue opere, ci si confronta con una realtà permeata da meccanismi ripetitivi e limitanti. Pirandello offre allora una preziosa lezione di vita che ci indica la via della ribellione, del rifiuto delle «forme» che la società ci impone. È innegabile che ogni studente, sia attuale che passato, si sia trovato in un processo di «crisi di identità», come direbbe lo psicologo Erik Erikson. In questa fase della loro vita i ragazzi stanno costruendo la loro identità e del loro ruolo nella società ed è impossibile non essere influenzati dai concetti pirandelliani.
Cosa vi aspettate da questo viaggio ad Agrigento nella terra che ha dato i natali a Pirandello?
Ci aspettiamo di assaporare la sinestesia dell’opera di Pirandello perché i luoghi natali producono sempre l’autore, il personaggio e le sue idee che sono intrise delle asperità e delle soavità della geografia territoriale e sociale in cui si nasce. La “Trinacria”, con la sua classicità arabeggiante, ha certamente fornito a Pirandello le basi per una produzione artistica che trae bellezza dalla scomposizione e dalla disgregazione di ciò che è radicato, ampliando e moltiplicando prospettive inedite


Da Atene ad Agrigento per Sofocle e Pirandello