C’è, nella giara pirandelliana, qualcosa che resiste alla semplice comicità dell’episodio: un’ostinazione materiale che diventa simbolo, una forma che imprigiona proprio mentre pretende di custodire. Nella rilettura proposta dal Liceul Teoretic “Dante Alighieri” di Bucarest, quell’oggetto antico si trasforma in spazio mentale e sociale, luogo di costrizione e insieme di possibile rovesciamento. Con La giara, il Liceul Teoretic „Dante Alighieri” di Bucarest propone una rilettura attenta e sorprendentemente attuale di uno dei testi più noti di Luigi Pirandello, mettendo al centro lo scontro tra potere e astuzia, tra possesso e libertà.

Ispirato all’omonima novella, il cortometraggio evidenzia in chiave moderna l’assurdità delle convenzioni sociali attraverso il conflitto tra Don Lollò, padrone ossessionato dalla proprietà, e Zi’ Dima, contadino apparentemente sottomesso ma capace di rovesciare i rapporti di forza con intelligenza e ironia. Pirandello diventa così strumento per riflettere sulle disuguaglianze sociali e sulle dinamiche di dominio che attraversano epoche diverse.
Nel lavoro degli studenti, la giara supera la sua funzione di semplice oggetto scenico e assume una valenza simbolica centrale: diventa un vero e proprio personaggio, un essere “vivente” costruito collettivamente, metafora della prigione in cui gli esseri umani finiscono per rinchiudersi attraverso le proprie ossessioni, aspettative e rigidità mentali. Non è solo Don Lollò a restarne intrappolato: la giara finisce per rappresentare una condizione universale.
Il risultato è un’opera classica attraversata da un linguaggio contemporaneo, in cui un Pirandello sorprendentemente attuale fa da ponte tra il suo mondo e la società di oggi. Il cortometraggio conserva il tono grottesco e paradossale del testo originario, ma lo utilizza per interrogare il presente, mostrando come il conflitto tra forma e vita, potere e libertà, resti irrisolto.

Per approfondire la genesi di questa visione e comprendere come il linguaggio pirandelliano possa farsi strumento pedagogico e civile, abbiamo chiesto alle referenti del progetto, le professoresse Daniela Ducu e Maria Carmen Neagoe, di guidarci dietro le quinte di questa complessa operazione simbolica.
– Perché avete scelto La giara, un testo apparentemente “leggero”, per affrontare temi sociali così profondi?
“Dopo aver lavorato su La berretta di Padova e La patente, – spiega la prof. Daniela Ducu – la scelta di La giara è arrivata quasi d’istinto. È stata una decisione rapida, ma allo stesso tempo molto naturale, perché sentivamo che questo testo proseguiva in modo coerente il percorso già iniziato con gli studenti sul teatro e sul pensiero di Pirandello. Se nei lavori precedenti avevamo già esplorato temi come l’identità, il giudizio sociale e il rapporto tra individuo e comunità, La giara ci ha offerto la possibilità di affrontare questi stessi nodi da un’altra prospettiva. La novella, con il suo tono apparentemente leggero e comico, nasconde infatti un conflitto umano molto forte, legato al possesso, all’ostinazione e ai rapporti di potere. Per questo la scelta è sembrata subito “giusta”: La giara ci permetteva di continuare il discorso iniziato con Pirandello, mantenendo una continuità tematica e allo stesso tempo aprendo nuove possibilità di lavoro scenico e di riflessione con i ragazzi.”
“La scelta della novella è venuta come di scatto – chiarisce la prof. Maria Carmen Neagoe -, ma allo stesso tempo è stata una scelta liscia, quasi naturale dopo la Berretta di Padova e La Patente. Questo perché abbiamo al centro dell’attenzione la stessa tematica della disuguaglianza sociale spiegata sempre attraverso la presenza di un oggetto che assume un valore significativo. D’altronde, la novella, dietro la sua apparente leggerezza e comicità, nasconde temi universali e molto attuali: il rapporto con il possesso, il potere, l’ostinazione e le disuguaglianze sociali. Infatti, la comicità pirandelliana permette di entrare in questi temi in modo accessibile, e grazie al lavoro che abbiamo svolto insieme, in una maniera più amichevole. Il che diventa soprattutto per gli studenti propizio alla riflessione senza risultare pesante o moralistico. Proprio questa leggerezza diventa uno strumento adatto per parlare di questioni profonde.”
– In che modo avete lavorato con gli studenti sul concetto di possesso come ossessione?
“Abbiamo lavorato partendo da discussioni e improvvisazioni teatrali. Abbiamo chiesto agli studenti di riflettere su cosa significhi “possedere” qualcosa e su quando il desiderio di possesso diventa ossessione. Attraverso esercizi di scena e momenti di confronto, abbiamo collegato il comportamento di Don Lollò a situazioni contemporanee, come l’attaccamento eccessivo agli oggetti, allo status o al controllo sugli altri.”
– La scelta di trasformare la giara in un personaggio simbolico come è nata?
“L’idea è nata durante le attività laboratoriali. Ci siamo subito resi conto che la giara non era solo un oggetto della storia, ma il centro simbolico del conflitto. Trasformarla in una presenza scenica quasi “vivente” ci ha permesso di rendere visibile il peso del possesso e dell’ossessione che domina i personaggi, dandole un valore simbolico e drammaturgico più forte.”

– Quanto è stato importante il lavoro collettivo nella costruzione della messa in scena?
“Il lavoro collettivo è stato fondamentale. La messa in scena è nata dal confronto continuo tra studenti, insegnanti e laboratorio teatrale. Molte scelte sceniche, interpretative e simboliche sono emerse proprio dal dialogo e dalle proposte degli studenti, che sono diventati parte attiva del processo creativo. Al momento della registrazione conoscevamo ad occhi chiusi ogni passo ed ogni respiro che erano il frutto della nostra creazione e del lavoro collettivo. A differenza degli anni scorsi il gruppo è stato più ben saldato il che ha portato ad un corto più coerente e più scorrevole, con degli attori più disinvolti.”
– Avete riscontrato parallelismi tra il conflitto Don Lollò–Zi’ Dima e dinamiche contemporanee percepite dagli studenti?
“Sì, molti studenti hanno riconosciuto dinamiche simili a quelle presenti nella realtà contemporanea: il conflitto tra chi detiene il potere e chi lavora, le ingiustizie sociali, l’incapacità di ascolto e il desiderio di avere sempre ragione. Questo ha reso il testo di Pirandello sorprendentemente attuale ai loro occhi.”
– Cosa pensate che questo progetto lasci in eredità ai ragazzi, oltre all’esperienza teatrale?
“Oltre alle competenze teatrali, crediamo che il progetto lasci ai ragazzi una maggiore capacità di lettura critica della realtà, la consapevolezza dell’importanza del lavoro di gruppo e la possibilità di esprimersi attraverso il linguaggio artistico. Il teatro diventa così uno strumento per sviluppare empatia, pensiero critico e consapevolezza sociale. Ma è nel vissuto di chi ha abitato quello spazio di creta che la metafora si fa carne: lasciamo dunque la parola agli studenti, veri protagonisti di questa creazione collettiva, per scoprire cosa significhi oggi confrontarsi con il limite, l’ossessione e la ricerca della libertà.”

Ma è nel vissuto di chi ha abitato quello spazio di creta che la metafora si fa carne: gli studenti del “Dante Alighieri” ci portano dentro il loro processo creativo, svelando cosa significhi oggi confrontarsi con il limite, l’ossessione e la ricerca della libertà attraverso i corpi e le parole di Pirandello.
– Chi vi è sembrato davvero “prigioniero” nella storia: Don Lollò, Zi’ Dima o entrambi?
Sebastian Dincă: “Entrambi sono i prigionieri nella storia perché Don Lollo è costretto a rompere la giara per liberarsi dalle accuse di sequestro, quindi un prigioniero psicologicamente, mentre Zi Dima è il prigioniero fisico perché è rinchiuso dentro la giara.”
Erika Prejneanu: “Entrambi. Don Lollo è prigioniero dalla sua avidità, ossessionato dalla protezione delle sue proprietà, che vuole sempre avere ragione, tutte queste tenendolo schiavo, ma anche ZI Dima è prigioniero fisicamente dentro la giara però utilizzando l’astuzia si è liberato per sempre.”
Francesca Hristache: “Credo che entrambi siano prigionieri. Zi Dima è prigioniero della giara stessa, invece Don Lollò è prigioniero della sua vita.”
– La giara non è solo un oggetto ma rappresenta qualcosa di più. Potete spiegarci meglio che cosa ha significato per voi questo momento di creazione collettiva di un oggetto di scena?
Sebastian Dincă: “La giara è stata realizzata con l’aiuto delle nostre compagne, il che ci fa subito pensare alle opere moderne e ai tratti caratteristici del teatro contemporaneo con una visione flessibile fuori dalle norme rigide che può comportare un’opera drammatica.”
Erika Prejneanu: “La giara rappresenta un’ossessione materiale per Don Lollo. Creare la giara mi ha fatto capire che le cose materiali e il possesso possono condizionare la vita diventando nocivi. Possono cambiare una persona e l’unica soluzione di scappare è distruggendoli (romperli) per liberarsi.”
Theodora Costei: “Secondo me, facendo parte dei figuranti che hanno composto la giara, posso dire che non è solo un oggetto, è una sorta di insegnamento perché nella vita quando proviamo di sistemare le cose, ci complichiamo troppo, il che peggiora la situazione.”
Francesca Hristache: “Per me la giara non è stata solo un oggetto di scena. È diventata un simbolo del lavoro insieme. Quando l’abbiamo creata tutti insieme, ho capito che non era importante solo la giara, ma il fatto che ognuno di noi ha aggiunto qualcosa di suo creando un essere vivente e non un semplice oggetto privo di vita e di valore.”

– Vi siete riconosciuti in qualche forma di “ossessione del possesso” raccontata nel corto?
Sebastian Dincă: “Sicuramente, da ogni opera c’è qualcosa da imparare. È anche molto ovvio che tutti noi, giovani, adulti o anziani, abbiamo una forma di ossessione del possesso perché tutti abbiamo un oggetto o una persona a cui siamo attaccati. Tutti noi siamo appiccicati al telefonino ad esempio, fissati su un certo influencer oppure semplicemente affezionati ad un certo videogioco. Ci siamo subito riconosciuti nell’ossessione del possesso.”
Erika Prejneanu: “Sì, quando ero piccola non mi piaceva che altri bambini toccassero i miei giocattoli, e quando lo facevano mi arrabbiavo assai. Fino ad un giorno quando ho visto il bel sorriso di una bambina dopo aver giocato con la mia bambola. Solo allora ho capito che avere amici significa condividere.Francesca Hristache: Sì, moltissimo, perché è nella natura umana che quando ci tieni a qualcosa o la senti tua, è normale diventare possessivi e persino ossessionati da quella cosa o persona, ma la cosa importante è non cadere negli estremi, bisogna mantenere un equilibrio.”
– Pensate che l’astuzia possa essere una forma di giustizia?
Sebastian Dincă: “Senza alcun dubbio… L’astuzia può essere una forma di giustizia perché a volte la giustizia non viene fatta da un tribunale, ma da noi stessi, però questo avviene solamente in casi eccezionali, perciò non dobbiamo abusare di questa forma di giustizia.”
Erika Prejneanu: “Sì, ci sono casi in cui si usare l’astuzia può diventare l’unica forma di giustizia quando non ci sono altri mezzi. Ma soltanto le persone ingegnose hanno questa capacità di usarla in una maniera giudiziosa.”
Francesca Hristache: “Dipende molto dal contesto della situazione, in alcuni casi può essere utile essere così, ma per me restare un uomo con la spina dorsale è, probabilmente, il modo ideale di essere.”
– La giara con una parola sola, quale scegliereste?
Sebastian Dincă: “Se dovessimo descrivere La giara con una parola, sceglieremo la parola DISPERAZIONE, perché tutta questa storia si svolge sull’idea della disperazione di Don Lollo per avere la giara e la disperazione di Zi Dima che vuole uscire da essa.”
Erika Prejneanu: “Io sceglierei RINASCITA.”
Theodora Costei: “Se dovessi descrivere la Giara con una sola parola, sceglierei COMPLESSITÀ perché questo oggetto simboleggia la personalità umana nella sua complessità di emozioni e desideri.”
Francesca Hristache: “Secondo me la parola più appropriata che potrebbe descrivere al meglio la giara è ORGOGLIO, perché vedo questo vaso come una sorta di ironia di Pirandello, per descrivere la limitazione delle libertà in quel periodo, ma conservare la voglia di vivere è più forte di alcune restrizioni.”

A guidarci dentro questo piccolo, grande mondo pirandelliano sono: Di Gangi Giardina Luca, Dincă Sebastian, Prejneanu Erika Alexandra, Ducu Sebastian Ștefan, Adiaconiței Sofia Alexia, Bălan Eva Ioana, Șulea Bianca Ștefania, Suhii Anastasia, Marin Tudor Matei, Rakitzis Zlata, Hristache Francesca Maria Paula, Trufașu Gabriela Corina, Costea Alex, Bărbieru Anelis Antonia, Costei Theodora Ioana, Popescu Maria Alexandra, Băleanu Delia Andreea, Paraschiv Iulia Antonia, Melnic Anastasia, Șerbănescu Denisa Alexandra, Murăruși Medeea Maria.


Un mondo di pixel: prigione, rifugio o strumento