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Il signor Ponza e la signora Frola

Con” Il signor Ponza e la signora Frola”, il Colegiul Național „Ion Neculce” di Bucarest affronta uno dei nodi più celebri e inquietanti dell’opera di Luigi Pirandello: l’impossibilità di stabilire una verità unica e definitiva.

Liberamente ispirato alla novella “La signora Frola e il signor Ponza, suo genero”, il cortometraggio nasce da una rilettura creativa che sposta l’azione in un contesto istituzionale e fortemente simbolico. I protagonisti, ormai considerati folli per aver sconvolto l’equilibrio della comunità, vengono sottoposti a un interrogatorio ufficiale condotto dal prefetto. Un’indagine che, invece di chiarire, finisce per moltiplicare le domande.

Il dispositivo narrativo dell’interrogatorio diventa così lo spazio scenico ideale per mettere in tensione punti di vista inconciliabili, trasformando la ricerca della verità in un labirinto. Ogni risposta apre una nuova possibilità, ogni certezza si incrina, fino a rendere evidente l’illusione stessa di una verità assoluta.

Il lavoro insiste con lucidità su uno dei nuclei più radicali del pensiero pirandelliano: l’identità non è un dato fisso, ma una costruzione che cambia a seconda dello sguardo che la osserva. In questo senso, il prefetto — rappresentante dell’ordine, della ragione e dell’autorità — si scontra con un paradosso insolubile: nessuna istituzione, nessuna procedura, nessun interrogatorio può stabilire ciò che è “vero” una volta per tutte.

Il cortometraggio assume così la forma di una riflessione sul fallimento della verità oggettiva e sulla fragilità delle certezze collettive, mostrando quanto Pirandello resti attuale nel raccontare una società che pretende risposte chiare di fronte a realtà irriducibilmente complesse.

Un lavoro essenziale, rigoroso, che affida al teatro e al linguaggio cinematografico il compito di far emergere non una soluzione, ma una consapevolezza: spesso, ciò che inquieta di più non è l’assenza di verità, ma la presenza simultanea di troppe verità possibili.

Abbiamo chiesto ai docenti referenti, George Doru Ivan e Maria Daniela Aronescu, di raccontarci il significato simbolico delle scelte registiche e il percorso umano e formativo vissuto dagli studenti durante la realizzazione del progetto.

 – L’idea dell’interrogatorio ufficiale è centrale: cosa rappresenta, secondo voi, dal punto di vista simbolico?

George Ivan: “L’idea dell’interrogatorio ufficiale rappresenta, dal punto di vista simbolico, il tentativo della ragione e dell’autorità istituzionale di imporre un ordine al caos delle versioni soggettive dei personaggi. In teoria, l’intervento del prefetto dovrebbe generare chiarezza, oggettività e una verità definitiva. Tuttavia, proprio qui si mostra il fallimento di ogni pretesa di verità assoluta. L’interrogatorio diventa infatti un espediente per dimostrare che neppure l’autorità della legge può sottrarsi alla problematica pirandelliana della molteplicità dei punti di vista. Messa a confronto con i racconti inconciliabili dei personaggi, l’istituzione fallisce nel suo compito: non riesce né a fare ordine né a pronunciare una sentenza definitiva. La verità resta sfuggente, frantumata in tante verità quante sono le coscienze che la percepiscono.

Inoltre, i rappresentanti dello Stato non appaiono come figure neutre e onniscienti, ma come individui inseriti nello stesso gioco di maschere sociali che coinvolge tutti gli altri personaggi. Anche su di loro la società proietta aspettative e ruoli; anche loro, quindi, sono prigionieri delle forme. In questo senso, l’interrogatorio smaschera l’illusione di un’autorità capace di raggiungere l’oggettività. Simbolicamente, dunque, la scena mette in crisi l’idea stessa di verità unica e dimostra che ogni tentativo di fissarla in modo definitivo è destinato a fallire. L’ufficio del prefetto, che dovrebbe essere il luogo della certezza, diventa invece lo spazio in cui emerge con maggiore evidenza il relativismo conoscitivo tipico della poetica di Pirandello.”

– Che tipo di maturazione avete osservato negli studenti durante il percorso di lavoro?

Maria Daniela Aronescu: “A mio parere, la messa in scena di un testo teatrale intreccia diversi aspetti che contribuiscono a un autentico processo di maturazione. Innanzitutto, porta gli studenti in un contesto in cui la riuscita dipende dalla capacità di trasmettere emozioni e dal potere di convincere lo spettatore.L’aspetto più significativo, però, è legato alla collaborazione, perché la responsabilità diventa collettiva. All’inizio delle prove gli studenti erano concentrati soprattutto sulla resa delle proprie battute; andando avanti con il progetto, però, i ragazzi hanno imparato a lavorare sempre più come una squadra. La maturazione si è colta anche nel modo in cui gli studenti sono passati dall’insoddisfazione causata un dettaglio apparentemente minimo,ma importante per il risultato complessivo, alla pazienza di ripetere un gesto molte volte, finché non diventasse naturale e convincente. Interpretare un personaggio richiede inoltre una rinuncia temporanea al proprio io. Questo processo ha favorito una crescita evidente: gli studenti hanno iniziato ad analizzare le motivazioni profonde dei personaggi e hanno compreso meglio la complessità delle dinamiche della vita reale. Infine, anche il controllo delle emozioni durante le riprese ha contribuito, ne sono certa, a una gestione più consapevole delle emozioni nella loro vita quotidiana.”

Abbiamo poi raccolto le riflessioni degli studenti, chiedendo loro come il confronto con Pirandello abbia modificato il loro modo di pensare la verità, l’identità e il rapporto con gli altri.

– Vi ha messo a disagio l’idea che non esista una verità definitiva?

Sofia Tudor: “Penso che sia un aspetto a cui non avevo mai riflettuto seriamente prima di partecipare a questo progetto. Nei primi incontri, i nostri professori ci hanno spiegato brevemente la problematica della realtà e dell’identità nell’opera di Pirandello, aiutandoci a cogliere il senso profondo del testo su cui abbiamo lavorato. Per illustrare i temi e le questioni pirandelliane si è parlato proprio del romanzo che dà il titolo al concorso, ma anche del dramma Enrico IV, che poi sono andata a leggere. Dunque sì, per me si è trattato soprattutto di un disagio nato dalla consapevolezza che un’idea così logica non mi fosse mai passata per la mente prima, eppure era così evidente.”

Serena Puglisi: “No, almeno non personalmente. Sono abituata all’idea di una verità soggettiva, soprattutto nei testi scritti da Pirandello. Partecipo da ormai tre anni al concorso “Uno, Nessunoe Centomila” e ho imparato a leggere Pirandello, a capire la sua idea di verità, che in fondo non esiste. Sta a noi trovarla, quellache ci conviene di più, trasformandola in una soggettiva, comedicevo, perché influenzata dalle nostre opinioni, le nostre morali e i nostri ideali. Quindi no, il fatto che non esista una verità definitiva, una da sentenziare, ecco, non mi mette a disagio, è specifica per Pirandello.”

Irene Pătrașcu: “Non direi che mi abbia messo a disagio; piuttosto, comprendere quest’idea è stato come trovare il pezzo di puzzle mancante che completa un’immagine che prima non riuscivo a vedere con chiarezza. È un’intuizione che mi ha colpito molto e sulla quale ho riflettuto a lungo, cercando nella vita quotidiana esempi che potessero spiegare perché qualcuno agisca in un modo per me inizialmente incomprensibile. Ho pensato anche alle diverse opinioni che le persone che ci conoscono hanno su di noi e ho capito che si tratta sempre di punti di vista che, inevitabilmente, non possono coincidere del tutto.”

– Pensate che la società abbia bisogno di una sola verità, di certezze?

Ștefan Sivu: “Secondo me la società non ha bisogno di una sola verità assoluta, perché, come ci fa capire Pirandello, la verità cambia a seconda di chi guarda. Ognuno vede la realtà in modo diverso e pretendere un’unica verità può creare conflitti e ingiustizie. Però la società ha comunque bisogno di alcune certezze condivise, altrimenti regnerebbe il caos. L’importante è trovare un equilibrio tra il dubbio e i valori comuni. In fondo, proprio come nei personaggi pirandelliani, la realtà è più complessa di quanto sembri.”

– Dopo questo lavoro, il concetto di “verità” vi sembra più semplice o più complicato?

Ștefan Sivu: “Prima pensavo che esistessero semplicemente diversi punti di vista; forse confondevo questa idea con il concetto di opinione. Dopo aver lavorato a questo progetto, però, ho capito che molto spesso non si tratta solo di un’opinione, ma di qualcosa di più profondo: una verità personale, cioè un’idea in cui si crede fortemente e che influenza il modo in cui prendiamo decisioni, ci comportiamo e persino come vediamo noi stessi e gli altri. Ora mi chiedo spesso se esista un confine tra opinione personale e verità personale.”

Irene Pătrașcu: “Ero dell’idea che la verità fosse un fatto certo e indiscutibile, ma dopo il lavoro svolto con il gruppo ho capito che si tratta, in realtà, di qualcosa di molto più complesso e difficile da definire. Ora la considero strettamente legata alla visione personale di ciascun individuo: più che una verità assoluta, mi sembra spesso una certezza soggettiva, soprattutto quando riguarda i fatti della vita quotidiana.”

– Se doveste riassumere il senso del cortometraggio in una domanda, quale sarebbe?

Sofia Tudor: “Qual è il vero carattere di qualcuno che si nasconde dietro alle varie opinioni contraffatte?”

Serena Puglisi: “Che cosa significa verità?”

Irene Pătrașcu: “Di chi è questa verità?”

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