Un treno può diventare corpo, respiro, destino? In Il viaggio, gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Giovanni XXIII – Bosco” di Ostuni reinterpretano la novella pirandelliana trasformandola in un’esperienza scenica di teatro fisico e movimento corale, dove la parola si rarefà e il simbolo prende il sopravvento.

La storia segue una Madre e una Figlia in viaggio verso Palermo, inseguendo una cura che sembra sempre sul punto di compiersi e subito sfuggire. Attorno a loro si anima il Coro dei viaggiatori, che non è semplice contorno ma organismo vivente: il treno stesso, che respira, accelera, sogna e muta ritmo come una coscienza collettiva. Lo spazio scenico diventa così una soglia, un territorio instabile tra realtà e visione.
Il nucleo pirandelliano affiora nel contrasto tra percezioni inconciliabili: la Madre resta ancorata al reale, mentre la Figlia abita una dimensione visionaria, percepisce una festa forse inesistente, vede il mare nascere da una valigia. Il viaggio si sdoppia allora in due percorsi: uno concreto, segnato dalla cura e dalla paura, l’altro interiore, rito di passaggio verso un altrove indefinibile.
La drammaturgia sceglie un linguaggio essenziale e fortemente simbolico: narrazione, canto dal vivo, danza e movimento corale costruiscono una partitura fisica che rende visibili identità incerte e percezioni alterate. Il Coro amplifica le fratture dell’esperienza, trasformando l’assenza e l’attesa in immagini condivise.

Nel finale, la Figlia viene consegnata al “mare-velo”, figura poetica che trasforma la perdita in epifania. La Madre la segue in ginocchio, attraversando un percorso emotivo che dalla cura giunge all’accettazione del mistero. Il viaggio non è più solo spostamento ma varco esistenziale: passaggio, separazione, metamorfosi.
Il lavoro non imita Pirandello ma ne accoglie la tensione più profonda: il teatro come luogo in cui la vita si frantuma e, attraverso il simbolo, tenta una forma. Una riscrittura intensa che affida al corpo e al coro la possibilità di dire l’indicibile.

Per approfondire le scelte artistiche e pedagogiche alla base del progetto, abbiamo rivolto alcune domande alle docenti referenti Vincenza Florenzano, Alfonsa Corona e Anna Buongiorno.
– Cosa vi ha guidato nella scelta di tradurre Il viaggio in una drammaturgia fisica e corale?
“Ci ha guidato il desiderio di restituire l’universo pirandelliano non attraverso la parola spiegata, ma attraverso il corpo vissuto. In Pirandello il conflitto tra ciò che è e ciò che appare è spesso interiore, quasi invisibile: la dimensione fisica e corale ci è sembrata il modo più autentico per renderlo visibile ai ragazzi. Il corpo, prima ancora della parola, diventa luogo di frattura e di rivelazione. La coralità, inoltre, permette di trasformare un dramma individuale in esperienza collettiva.”
– In che modo gli studenti hanno lavorato sul contrasto tra realtà e dimensione visionaria?
“Abbiamo lavorato su esercizi di percezione: camminare nello spazio come se fosse reale e poi trasformarlo in spazio immaginato. La festa vista dalla Figlia, ad esempio, è nata da improvvisazioni corporee in cui alcuni ragazzi “vedevano” e altri “negavano” ciò che accadeva. Il contrasto non è stato spiegato teoricamente, ma sperimentato fisicamente: la realtà diventava visione e la visione diventava realtà.”

– Il Coro-treno è elemento centrale: come è nato e come è stato costruito scenicamente?
“Il Coro-treno è nato da una domanda: come rendere il viaggio senza oggetti realistici? I ragazzi hanno iniziato a lavorare sul respiro collettivo. Da lì è emerso il treno come organismo vivo: un corpo che accelera, si ferma, vibra. L’organetto ha dato ritmo, ma il vero motore è stato l’ascolto reciproco. Il treno non è scenografia: è comunità che sostiene e trasporta.”
– Quanto è stato importante il linguaggio simbolico rispetto alla narrazione tradizionale?
“È stato fondamentale. Il simbolo permette ai ragazzi di attraversare temi complessi senza restarne schiacciati. Il mare, la valigia, il velo non spiegano: suggeriscono. Questo lascia spazio alla sensibilità di ciascuno e rende il teatro un’esperienza aperta, non didascalica.”
– Il finale del “mare-velo” è molto potente: quale significato volevate trasmettere?
“Non volevamo rappresentare una fine, ma una trasformazione. Il mare-velo è soglia, non chiusura. È il momento in cui la perdita diventa gesto collettivo, accompagnamento, cura. La Madre che segue in ginocchio non è disperazione, ma amore che continua anche quando non può trattenere.”

– Quale crescita espressiva o emotiva avete osservato nei ragazzi durante il percorso?
“Abbiamo osservato una maggiore capacità di ascolto e di empatia. I ragazzi hanno imparato a sostenersi fisicamente e simbolicamente. Lavorare sulla coralità li ha resi più consapevoli del proprio ruolo all’interno del gruppo. Dal punto di vista emotivo, hanno imparato che anche i temi delicati possono essere attraversati con delicatezza e rispetto.”
A raccontare dall’interno il percorso creativo sono invece gli studenti protagonisti del lavoro — Abshir Ismacil Axlam, Albertini Annamaria, Asciano Francesco Pio, Carralero Aguila León, Colavita Sofia, Cucci Ilaria, Cucci Nunzia, Gatti Giandomenico, Legrottaglie Matilde, Marseglia Andrea, Marseglia Angelo, Moro Giuseppe, Moro Ilaria, Nacci Ginevra, Piccirillo Elisa, Ricci Giulio, Santoro Paola, Semmah Basma, Tagliente Giorgia e Tagliente Pierfrancesco — che condividono riflessioni ed esperienze maturate durante il progetto.

– Cosa rappresenta per voi il treno che prende vita attraverso il Coro?
“Il treno per noi è il gruppo. Quando siamo insieme e respiriamo allo stesso ritmo, possiamo portare avanti anche le cose difficili.”
– È stato difficile esprimere emozioni e significati attraverso il corpo più che con le parole?
“All’inizio sì, perché siamo abituati a parlare. Poi abbiamo capito che il corpo può dire cose più vere, soprattutto quando le parole non bastano.”
– Cosa avete provato nella scena del “mare-velo”?
“È una scena molto intensa. Non la viviamo come triste, ma come un momento in cui dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro. È silenziosa ma piena.”
– Pensate che il viaggio raccontato sia più reale o interiore?
“Secondo noi è tutti e due. Parte come un viaggio reale, ma diventa qualcosa che succede dentro.”
– C’è un momento del corto in cui la percezione della realtà cambia improvvisamente? Quale?
“Sì, quando la Figlia vede la festa. Non sappiamo se è vera o immaginata, e proprio lì capiamo che il confine tra realtà e sogno può cambiare.”





Il signor Ponza e la signora Frola