Può una voce — ripetuta, amplificata, condivisa — diventare più forte della verità? È intorno a questa domanda, antica e drammaticamente attuale, che si costruisce Le patenti, il cortometraggio con cui l’ISIS “G. Filangieri” di Frattamaggiore rilegge La patente di Luigi Pirandello alla luce della società contemporanea.
Il riadattamento mette al centro il tema della calunnia, mostrando quanto la maldicenza, ieri come oggi, possa assumere i contorni di una verità socialmente accettata, capace di marchiare le persone e deviare il corso delle loro vite. Se nel testo pirandelliano la diceria resta circoscritta alla comunità, nel presente i confini si dissolvono: la voce si espande, si moltiplica, si radicalizza, trasformando il pregiudizio in condanna collettiva. Il lavoro teatrale segue un climax di storie e personaggi che si muovono tra il grottesco e il realistico. Accanto a una figura più vicina al Chiarchiaro pirandelliano compaiono altri due protagonisti verosimili, le cui vicende nascono da un collage di episodi reali e contemporanei, segnati dalla violenza della diffamazione e dall’impossibilità di difendersi da un’immagine imposta dall’esterno. La maschera sociale diventa così una gabbia: un’identità attribuita che soffoca quella autentica.
Nella drammaturgia si sceglie però di orientarsi verso un esito diverso rispetto alla novella: il lieto fine, lungi dall’essere consolatorio, si configura come gesto di ribellione e speranza. La liberazione dalla “patente” non è automatica né facile, ma possibile, se si rompe il meccanismo della rassegnazione e del destino scritto dagli altri.

Ne emerge una rilettura intensa e civile di Pirandello, che mostra come la dinamica della reputazione imposta, della vergogna sociale e della stigmatizzazione continui ad agire nel presente, amplificata dai nuovi mezzi di diffusione della parola. Un lavoro che invita a riconoscere la responsabilità collettiva nello sguardo che costruiamo sugli altri e che può, a sua volta, imprigionarli.
Abbiamo approfondito questi temi con le docenti referenti del progetto, le professoresse Annabella Cirella ed Elena Pillitteri.
–Cosa vi ha spinto a rileggere La patente attraverso il tema contemporaneo della calunnia?
L’uso, il cattivo uso e l’abuso della parola è un tema di scottante attualità. Oggi, soprattutto i ragazzi sono esposti continuamente allo sguardo degli altri; la loro visibilità pubblica è cresciuta esponenzialmente valicando ogni limite geografico attraverso le piattaforme social alle quali, ormai, tutti partecipano quasi per inerzia, come se non se ne potesse fare a meno.
Questa sovraesposizione risulta, per la natura del mezzo utilizzato, connessa alla possibilità di una interattività mai vista prima. Si è pertanto continuamente sottoposti al giudizio degli altri che diventa, per la sua massività, ripetitività ed ampiezza di diffusione, una realtà acquisita.
I fruitori più giovani mancano però della necessaria esperienza per poterne avvertire le insidie e sono spesso refrattari ai buoni consigli degli adulti.
La novella di Pirandello è stata per noi uno strumento illuminante per entrare nelle loro coscienze ed aiutarli, grazie a parallelismi e opportune contestualizzazioni, a riflettere sul valore delle parole (“che non sono mai solo parole”) e sull’uso che se ne fa.

–In che modo avete lavorato con gli studenti sul passaggio dal contesto pirandelliano alla realtà odierna?
Abbiamo letto la novella che, con il suo paradosso, ha inevitabilmente suscitato sorrisi e creato un clima disteso e armonioso. Abbiamo poi provato a fare degli esempi sempre più concreti generando un dibattito costruttivo e partecipato.
Insieme ai ragazzi, abbiamo fatto delle ricerche in rete sulla comunicazione, dalle chat agli haters e su diversi episodi di bullismo e cyberbullismo senza però mai nominarli. Noi docenti abbiamo consapevolmente evitato etichette e mirato unicamente alla realizzazione di un percorso di autoanalisi, riflessione e presa di coscienza.
–Il testo teatrale introduce personaggi realistici accanto a quello grottesco: quale funzione
narrativa e simbolica hanno?
Il personaggio grottesco funge da introduzione, scimmiotta un po’ quello pirandelliano conservandone il nome; gli altri protagonisti sono personaggi verosimili che hanno la funzione di rappresentare l’estremo a cui si può arrivare perpetrando certe dinamiche chenascono quasi sempre inconsapevolmente. Quindi finzione letteraria e realtà si scambiano i ruoli fino a fondersi in un unico messaggio.
-Quanto ha inciso il riferimento a episodi reali nella costruzione del copione?
Gli episodi reali sono stati fondamentali. Il nostro scopo è stato quello di condurre i ragazzi
progressivamente, attraverso un crescendo, a quelle che sono le conseguenze di comportamenti troppo spesso considerati “un gioco” che, purtroppo, nella vita reale hanno
avuto epiloghi drammatici.
-La scelta del finale è una presa di posizione etica oltre che narrativa?
L’happy end non è un caso: è un messaggio di speranza per le “vittime” e di monito per i “carnefici”. Parlare, raccontare rappresenta la libertà, la parola diventa strumento di liberazione dalla paura, dalla trappola dell’isolamento e dall’esclusione. La ribellione finale è anch’essa desunta da un fatto vero ed è stato importante, per noi docenti, mostrare la realtà. E’ stato un momento di grande intensità dove si è potuto rilevare la potenza del discorso letterario, del suo potere comunicativo, della sua trasversalità e universalità.

–Quale consapevolezza pensate che gli studenti abbiano maturato rispetto al potere delle parole e dello sguardo sociale?
Abbiamo notato che i ragazzi hanno via via assunto un atteggiamento diverso nei confronti del tema trattato. Ci è sembrato che abbiano seguito la stessa evoluzione del percorso proposto: sono passati dai primi momenti di ilarità a fasi successive di riflessione e poi partecipazione sempre più viva e sentita sia ai dibattiti che alla produzione del lavoro. Spesso li abbiamo trovati a citare passi del testo scritto in maniera mirata e contestualizzata.
Ne abbiamo parlato anche con gli autori del lavoro teatrale.

– Vi ha colpito di più l’ingiustizia subita dai personaggi o la forza della diceria che li colpisce?
Domenico Landolfo: Mi ha colpito di più la forza della diceria, soprattutto nel caso della ragazza, giudicata e “condannata”.
Francesco Marrone : “Mi ha colpito molto di più la diceria in quanto l’ingiustizia è quella che sta lì, segna sul momento, invece, la diceria è la diffusione di un’idea, di un titolo che in un certo senso finisce per rappresentare la vittima.”
– Pensate che oggi sia più facile o più difficile liberarsi da un’etichetta negativa?
Antonio Iorio: “Oggi è più difficile liberarsi da un’etichetta negativa, perché le opinioni si diffondono velocemente, soprattutto attraverso i social.”
Martina Esposito: “No, oggi è molto più difficile. Se qualcuno dice qualcosa di brutto su di te, oggi finisce sui social o su WhatsApp. Anche se non è vero, quel marchio resta su internet per sempre e lo possono vedere tutti, anche persone che non ti conoscono affatto.”
– Cosa significa, per voi, avere una “patente” data dagli altri?
Angelo Porfidia: “È una condanna sociale. Significa che non sei più tu a decidere chi sei, ma il pregiudizio degli altri ti assegna un ruolo fisso da cui non puoi uscire.”
Domenico Landolfo: “Avere una patente significa essere identificati con un’immagine. Può essere una cosa positiva, ma, la maggior parte delle volte, è sempre negativo e quindi le persone meno coraggiose si sentono sempre offese.”
– Il finale di speranza vi sembra realistico o ideale? Perché?
Francesco Marrone: Il finale mi sembra un finale realistico in quanto sono gli stessi personaggi a identificarsi nelle proprie “Patenti”.
Martina Esposito: È più ideale. Nella realtà, raramente le cose si sistemano da sole in modo perfetto. Tuttavia, è un finale necessario perché ci insegna che, nonostante tutto, vale la pena provare a cambiare le cose.

– Avete riconosciuto nella storia situazioni vicine alla vostra realtà?
Antonio Iorio: “Sì, abbiamo riconosciuto situazioni simili nella vita quotidiana, soprattutto a scuola o nei gruppi social, dove basta un episodio o una voce per etichettare qualcuno. Anche piccoli fraintendimenti possono diventare giudizi permanenti se non vengono chiariti.”
Francesco Marrone: “Si, ho riconosciuto situazioni vicine alla mia realtà in quanto questa storia mi fa pensare al bullismo e al fatto che non bisogna fidarsi nemmeno degli “amici” in quanto sono loro i primi a tradirti.”
– C’è un momento in cui, secondo voi, la situazione avrebbe potuto cambiare? Quale?
⁃ Domenico Landolfo: “La situazione avrebbe potuto cambiare in tutti i casi, sarebbe bastato non entrare a far parte della massa e tutto sarebbe stato diverso.”
Angelo Porfidia: “Nel momento dell’empatia. Sarebbe bastato che una sola persona trattasse il protagonista come un uomo e non come una superstizione per rompere l’incantesimo del male.”


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