Con L’ultima cena, il Liceo IMI di Istanbul propone una rilettura originale e dinamica di uno dei nuclei più emblematici del pensiero di Luigi Pirandello: il relativismo della conoscenza e l’impossibilità di accedere a una verità unica e definitiva.
Liberamente ispirato alla novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, il testo teatrale adotta una sorprendente chiave poliziesca. Al centro non è più soltanto il mistero identitario dei due protagonisti, ma un caso: la morte di una giovane donna, attorno alla quale si addensano sospetti, ipotesi e versioni contrastanti. Il dispositivo investigativo diventa così il motore narrativo attraverso cui emergono prospettive diverse e inconciliabili, rivelando quanto la ricerca della verità sia spesso prigioniera delle convinzioni di chi indaga.
La molteplicità dei punti di vista, cardine pirandelliano, si manifesta proprio nella caccia al presunto colpevole, dove ogni personaggio costruisce una propria realtà plausibile ma parziale. A sciogliere il nodo interviene un “lucido ragionatore” che, con spiegazione semplice e disarmante, smonta le false certezze collettive e mette a nudo la fragilità delle supposizioni.
Gli studenti compiono però un ulteriore scarto metateatrale: immaginano Pirandello stesso nel ruolo dell’investigatore. Lo scrittore diventa protagonista del video e arriva a incarnare alcuni dei suoi personaggi più memorabili, in un gioco di specchi tra autore e creature, tra realtà e finzione, che rafforza il tema centrale dell’opera: la verità non è un dato oggettivo da scoprire, ma un orizzonte mobile, continuamente ridefinito dagli sguardi.
Ne nasce un lavoro vivace e riflessivo insieme, che usa il linguaggio del giallo per interrogare la natura della conoscenza e per mostrare, con ironia pirandelliana, quanto sia umano il bisogno di spiegazioni definitive — e quanto sia difficile, invece, raggiungerle.

Dietro la costruzione di un dispositivo narrativo così complesso c’è un attento lavoro pedagogico: i docenti referenti, Dario Siggia e Melania Mandarà, ci spiegano come il genere poliziesco abbia permesso di scardinare le certezze dei ragazzi, avvicinandoli al cuore pulsante del relativismo pirandelliano.
– Come è nata la scelta di leggere il testo pirandelliano attraverso il genere poliziesco?
Il genere poliziesco è stato scelto come dispositivo narrativo per rendere dinamico il tema del mistero identitario. La ricerca di un colpevole per la morte di una giovane donna trasforma l’indagine filosofica in un “caso” avvincente, dove il sospetto alimenta versioni contrastanti della realtà.
– Quali aspetti del relativismo gnoseologico volevate rendere più accessibili agli studenti?
L’obiettivo era mostrare come la verità sia prigioniera delle convinzioni personali. Utilizzando prospettive inconciliabili su un fatto concreto (un presunto omicidio), gli studenti hanno potuto toccare con mano l’impossibilità di raggiungere una verità unica e oggettiva.
– L’idea di Pirandello-investigatore introduce un livello metateatrale forte: che funzione ha nel progetto?
L’inserimento dell’autore nel video serve a creare un gioco di specchi metateatrale. Pirandello, incarnando i propri personaggi, sottolinea il confine labile tra realtà e finzione, agendo come colui che dimostra che la verità è solo un “orizzonte mobile”.

– In che modo gli studenti hanno lavorato sulla molteplicità dei punti di vista?
Gli studenti hanno lavorato sulla costruzione di realtà plausibili ma parziali. Ogni personaggio del corto interpreta i fatti secondo la propria visione, rendendo la caccia al colpevole un mosaico di verità soggettive che si sgretolano davanti alla logica del “lucido ragionatore”.
– Il corto sembra interrogare il bisogno umano di verità definitive: è stato un tema discusso in classe?
Sì, il testo indica che l’opera interroga profondamente questo bisogno. Attraverso l’ironia, il progetto mette a nudo la fragilità delle supposizioni umane e la difficoltà di accettare che non esistano spiegazioni definitive per la complessità dell’esistere.

– Quale competenza o consapevolezza pensate che questo lavoro abbia sviluppato maggiormente nei ragazzi?
Il lavoro ha permesso ai ragazzi di sviluppare una forte consapevolezza critica sulla natura della conoscenza. Oltre alle competenze espressive e metateatrali, hanno appreso a riconoscere la parzialità degli sguardi e la complessità del reale, superando il concetto di verità come dato oggettivo.
Ma cosa accade quando sono i giovani a dover vestire i panni degli investigatori della verità? Lo abbiamo chiesto direttamente ai protagonisti di questo viaggio — Ecem Tuncer, Ecem Ozkan, Inci Gurkan, Sema Alijeva e Denis Coskun — per capire come hanno vissuto il labile confine tra realtà e finzione.
– Vi è sembrato più naturale cercare un colpevole o mettere in dubbio le versioni dei personaggi?
Istintivamente, il primo riflesso è stato quello di cercare un colpevole: abbiamo un bisogno quasi biologico di ordine e giustizia per placare il caos degli eventi. Tuttavia, immergendoci nell’universo di Pirandello, questo bisogno vacilla. Ci si rende conto che mettere in dubbio le versioni dei personaggi non è solo un esercizio critico, ma l’unica reazione possibile di fronte a una realtà che si sgretola e rivela come ogni ‘verità’ sia solo una costruzione soggettiva.
– Cosa cambia quando è Pirandello stesso a indagare sulla storia?
L’ingresso di Pirandello come personaggio-indagatore eleva il metateatro: non è più solo una storia narrata, ma una riflessione sul processo creativo stesso. La sua presenza sottolinea l’inconoscibilità del reale. Invece di risolvere il mistero, Pirandello mette a nudo l’ipocrisia dei personaggi che, convinti di cercare la verità, tentano in realtà solo di puntellare la propria versione dei fatti per salvare la faccia o la propria identità.

– Pensate che esista davvero una verità unica nel caso raccontato?
Assolutamente no. Come suggerisce Pirandello con la sua celebre massima “Ogni realtà è un inganno”, la verità non è un monolite, ma un prisma. Ogni individuo vive l’evento attraverso il filtro deformante delle proprie emozioni e dei propri pregiudizi. Non esiste un fatto oggettivo, ma tante rifrazioni quanti sono i punti di vista coinvolti; la verità, dunque, non si scopre, si interpreta.
– Vi siete riconosciuti nel bisogno dei personaggi di trovare una spiegazione certa?
Sì, ci siamo riconosciuti in quel disagio che nasce dall’incertezza. L’ignoto spaventa, e cercare una spiegazione certa è una forma di autodifesa psicologica. Spesso, però, questa ricerca si trasforma nella caccia a un colpevole: proiettare la colpa all’esterno è il modo più rapido per rassicurare noi stessi e sfuggire all’analisi delle nostre responsabilità.
– Quale personaggio o punto di vista vi ha convinto di più?
Il punto di vista più autentico è apparso paradossalmente quello del Conte Bianchi. Nella sua ebbrezza e nella sua marginalità “buffa”, è l’unico libero dalle sovrastrutture sociali e dalle maschere che gli altri indossano per accusarsi. Spesso Pirandello affida ai “folli” o agli emarginati la verità più pura: essendo fuori dal gioco delle parti, il Conte riesce a essere più naturale e, quindi, più credibile nella sua involontaria sincerità. Quando ho iniziato a leggere, ho pensato che l’amante segreto avesse ucciso la nostra donna.Non so perché, ma amo molto leggere storie in cui un amore proibito è pericoloso e conduce le persone a una fine tragica. Mi ricorda uno dei classici della letteratura turca, “Aşk-ı Memnu”. Per questo motivo, non riuscivo a non pensare che anche nella nostra storia potesse esserci una fine simile.
– Se doveste riassumere il senso del corto teatrale in una domanda, quale sarebbe?
Ciò che ci ostiniamo a chiamare ‘verità’ esiste realmente come dato oggettivo, o è solo un’illusione collettiva che creiamo per dare un senso coerente al caos della nostra esistenza?



La ricerca dell’autenticità nell’era dell’apparire