A volte basta un dettaglio minimo — un dolore ai piedi, una scarpa troppo stretta — perché l’ordine apparente di una situazione si incrini e riveli ciò che normalmente resta nascosto. È da questa crepa che prende forma Scarpe strette, il lavoro teatrale con cui il Lycée général “Edouard Branly” di Châtellerault rilegge Marsina stretta di Luigi Pirandello alla luce delle discriminazioni contemporanee.
L’azione si svolge durante la festa per i trent’anni di una grande impresa immobiliare. In un contesto celebrativo dominato dall’ipocrisia del capo, un impiegato solitamente tranquillo decide di opporsi al licenziamento di una collega autistica, smascherando la falsità delle motivazioni ufficiali. Le scarpe strette che lo costringono fisicamente diventano il simbolo scenico della costrizione sociale, proprio come la marsina del professore pirandelliano: una forma imposta che soffoca l’autenticità.

La vicenda mette in scena la caduta delle maschere. Il gesto di ribellione del protagonista, sostenuto dal disagio corporeo che non può più essere ignorato, trasforma l’evento aziendale in un atto di denuncia. La disabilità viene affrontata con lucidità e ironia, rivelando i meccanismi di esclusione nascosti dietro la normalità organizzativa e sociale.
Il lavoro conserva così la tensione pirandelliana tra forma e vita, ma la traduce nel tema attuale della discriminazione nel lavoro. Il coraggio individuale rompe l’ipocrisia collettiva e rende visibile l’ingiustizia, invitando a riconoscere e superare i pregiudizi che persistono nella società contemporanea.
Una rilettura essenziale e civile che mostra come il pensiero di Pirandello continui a offrire strumenti per leggere il presente e interrogare le strutture sociali dell’esclusione.

Trasformare un disagio fisico in un atto di ribellione sociale richiede una visione registica e pedagogica coraggiosa. Abbiamo chiesto alla Prof.ssa Elena Marcone come è nata l’intuizione di legare la “Marsina” di Pirandello alle barriere del mondo del lavoro moderno e come il teatro possa diventare uno strumento per smascherare l’ipocrisia dei pregiudizi.
– Cosa vi ha guidato nella scelta di collegare Marsina stretta al tema della disabilità nel lavoro?
“Rispetto alla novella di Pirandello in cui la vittima è una giovane orfana che rischia di non sposarsi, i ragazzi hanno capito che bisognava attualizzare il tema e parlare di una discriminazione che possiamo vedere oggi. Fra le diverse di cui abbiamo parlato, è stata scelta quasi subito quella dell’handicap mentale.”
– In che modo gli studenti hanno lavorato sulla metafora delle scarpe strette?
“Gli studenti hanno capito che la marsina stretta era metafora di un disagio del personaggio. Nei suoi vestiti normali, non avrebbe avuto il coraggio di difendere la ragazza. E così, bisognava trovare, come per il professor Gori della novella, un capo vestimentario o un accessorio troppo stretto o scomodo che mettesse il protagonista in una situazione di disagio fin dall’inizio. Le scarpe strette rappresentano la sua incapacità di adeguarsi alla norma e all’ipocrisia della sua azienda.”
– Il contesto della festa aziendale è molto efficace: perché questa ambientazione?
“Quando abbiamo deciso di parlare di discriminazione, il mondo del lavoro è sembrato ai ragazzi quello più interessante da rappresentare. Dopo aver provato vare situazioni, l’idea della festa ci è sembrata più significativa per mettere in luce l’ipocrisia di fronte a un licenziamento drammatico.”
– Quanto è stato importante mantenere l’ironia pirandelliana nella denuncia?
“L’ironia si esprime in vari momenti della pièce perché tutti personaggi sembrano inizialmente sinceri, quando invece si rivela una durezza di fondo nelle relazioni professionali. Le diverse vocisottolineano questa superficialità, ed arriva poi il “guastafeste”, che non sopporta l’ingiustizia subita dalla sua collega. L’ironia si gioca proprio sull’apparenza delle cose e delle situazioni convenzionali che risultano insopportabili per il protagonista. Il gesto di levarsi le scarpe alla fine è stato importante per ricordare il momento in cui il professore si libera della manica della marsina. Ed è un momento che ha un risvolto tragicomico, come appunto in Pirandello.”
– Il protagonista è “di solito tranquillo”: come avete costruito la sua trasformazione?
“E’ un personaggio timido, che ama stare sempre in disparte. Ha un fratello autistico, per questo si è avvicinato a Giulia, la sua amica e collega autistica. Per l’occasione della festa si è messo abiti eleganti e scarpe strette di suo fratello. Ecco perché il suo disagio è più profondo, perché pensa sempre al fratello, che non trova lavoro. E davanti al licenziamento di Giulia, dapprima incredulo, chiede poi spiegazioni al capo. Capendo che nessuno farà niente per la sua amica, decide allora d’intervenire.”
– Quale riflessione pensate che il lavoro susciti negli studenti e nel pubblico?
“Potrebbe forse suscitare un minimo interesse verso queste problematiche per riflettere insieme sulle diverse discriminazioni, superando magari i pregiudizi. Scavare nei personaggi universali di Pirandello per parlare del nostro mondo è comunque sempre interessante.”

Ma cosa significa per i giovani di oggi “rompere il silenzio” di fronte a un’ingiustizia? Lo abbiamo chiesto a Lucie Marilleau, Hugo Philipponneau, Chloé Demeocq e Hugo Raguy: dopo aver dato corpo a questa denuncia collettiva, gli studenti ci raccontano la loro esperienza, dalla forza simbolica delle ‘scarpe strette’ alla scoperta del coraggio necessario per scardinare l’esclusione.
– Cosa rappresentano per voi le scarpe strette nella vita reale?
“Malessere, dolore, collera, vergogna, pensare unicamente alle scarpe troppo strette, non sopportare nessuno.”
– Vi ha colpito di più l’ingiustizia subita dalla collega o il coraggio del protagonista?
“Ci ha colpito l’ingiustizia subita dalla collega perché è un personaggio fragile e senza difesa. È il centro della pièce.”
– Pensate che oggi sia facile opporsi a una decisione ingiusta sul lavoro?
“Non è facile perché si rischia di perdere il proprio lavoro e di rovinare la reputazione. E’ una grande responsabilità, che domanda molta energia.”

– Cosa cambia quando qualcuno rompe il silenzio collettivo?
“Crea un movimento, libera la parola, permette una coesione fra le persone e permette di far riflettere tutti. Può migliorare la società.”
– Avete riconosciuto situazioni simili nella realtà o nelle notizie?
“Molti casi di discriminazione, per esempio nel lavoro abbiamo visto una persona perdere il suo lavoro di commessa in una panetteria solo perché di pelle nera.”
– C’è un momento in cui la situazione potrebbe ancora cambiare prima della ribellione?Quale?
“Sì, nella scena sette quando il capo propone un aumento di stipendio a Marco per comprare il suo silenzio. Ma non funziona perché Marco è amico di Giulia e vuole difenderla.”


“Tra me e me”. Dialoghi interiori nel segno di Pirandello
Molto interessante! Brava prof e bravi alunni!
“Un silenzio fatto a pezzi”