Quante persone convivono davvero dentro ciascuno di noi? È da questa domanda, semplice e vertiginosa insieme, che prende forma Tra me e me, il testo teatrale con cui l’I.T.C.G. “Galileo Galilei” di Avigliana esplora la frattura dell’identità al cuore del pensiero di Luigi Pirandello.
Liberamente ispirato a Dialoghi tra il gran Me e il piccolo me, il lavoro prende avvio da una celebre intuizione pirandelliana: ciascun individuo non è uno, ma almeno due — una parte taciturna e nascosta, l’altra esposta, sociale, capace di parola e relazione. Due dimensioni che convivono in tensione, spesso in conflitto, dentro la stessa persona.

Il lavoro degli studenti nasce proprio da questa consapevolezza e la trasporta nella vita reale: anche oggi, dietro l’identità che mostriamo agli altri, esiste una parte sommersa che fatica a emergere. Dare voce a questa dimensione nascosta diventa allora un gesto di riequilibrio, un tentativo di ricomporre la distanza tra ciò che siamo e l’immagine, talvolta distorta, che costruiamo o che gli altri costruiscono di noi.
Il testo teatrale mette in scena questo confronto interiore, mostrando come l’essere umano sia abitato da più voci e come l’identità non sia un blocco compatto, ma un campo di forze in movimento. La riflessione pirandelliana sulla pluralità dell’io trova così una risonanza diretta nell’esperienza contemporanea degli studenti, chiamati a confrontarsi con aspettative, ruoli e percezioni spesso divergenti.
Ne emerge un lavoro essenziale e introspettivo, che invita a riconoscere la complessità dell’identità personale e a dare spazio anche a quella parte silenziosa che raramente trova espressione, ma che contribuisce in modo decisivo a definire chi siamo.

Dall’analisi dei Dialoghi tra il gran Me e il piccolo me alla creazione di una sceneggiatura originale: la Prof.ssa Patrizia Roberto ci racconta come il teatro sia diventato, per l’I.T.C.G. “Galileo Galilei”, lo spazio ideale per dare corpo al conflitto dell’io.
– Cosa vi ha guidato nella scelta di Dialoghi tra il gran Me e il piccolo me, un testo meno noto ma molto denso?
“Abbiamo notato che i ragazzi stavano vivendo questa duplicità di sguardi, se non pluralità, in prima persona e si sentivano molto toccati dall’analisi dello sguardo esterno contrapposto allo sguardo esterno.”
– Come avete lavorato con gli studenti sul tema della scissione dell’identità?
“Abbiamo invitato i ragazzi a vedersi con gli sguardi del padre e della madre o di altri familiari, con lo sguardo dei coetanei, amici e non, con lo sguardo dell’istituzione scolastica e infine con il loro sguardo interiore e poi abbiamo fatto vivere i personaggi che ne derivavano.”
– Il progetto sembra partire da esperienze personali: quanto è stato importante l’aspetto autobiografico?
“E’ stato fondamentale partire da loro stessi per poi aprirsi a una visione più generale delle diverse personalità che abitano ogni essere umano.”
– Quali difficoltà hanno incontrato i ragazzi nel dare voce alla parte più nascosta di sé?
“All’inizio non riuscivano a vedersi con occhi imparziali e puri e a dare voce al loro sentire più profondo. Poi, piano piano, con un lavoro di introspezione alternato a un lavoro di manifestazione e improvvisazione, sono riusciti a esternare la parte più nascosta di sé.”

– Che tipo di consapevolezza sull’identità è emersa durante il percorso?
“Hanno compreso di essere molto influenzati dal giudizio esterno e dal giudizio su di sé, che impediscono loro di essere autentici fino in fondo. Hanno anche compreso di assumere una pluralità di ruoli nella loro vita quotidiana e di avere dunque un’identità composta da diverse sfaccettature.”
– In che modo il linguaggio del cortometraggio ha aiutato a rappresentare il dialogo interiore?
“Il linguaggio del cortometraggio è diretto e ha uno stile efficace e ritmato che ha permesso loro di non perdersi in parole generiche e non adeguate e di non confondersi nemmeno in un linguaggio troppo lontano dal loro immaginario e troppo sofisticato; così sono riusciti a immedesimarsi in un personaggio che accomunava tutti, pur nelle loro specificità.”
Oltre il set e oltre il copione: abbiamo rivolto alcune domande ai protagonisti di ‘Tra me e me’ — Gabriele Carboni, Simone Mannarino, Rebecca Milanesio, Veronica Lo Conte, Andrea Pinton, Sofia Pinton e Gaia Talò — insieme agli autori dell’elaborato Matteo Fiorillo e Leonardo Meano, per scoprire cosa abbiano imparato sulla parte più silenziosa e autentica di se stessi.
– Vi riconoscete nell’idea di avere “più versioni” di voi stessi?
“Sì, crediamo che ognuno di noi abbia più personalità che mostra agli altri a seconda delle situazioni diverse nelle quali si trova.”
– Qual è la differenza tra il “me” che mostrate e quello che tenete per voi?
“Il “me” che mostriamo fuori è quello che vogliamo sembrare, invece il “me” che teniamo per noi è quello più fragile.”
– È stato difficile dare voce alla parte più nascosta?
“Non è stato facile per niente ma la differenza l’ha fatta la presenza delle nostra professoressa e della regista che ci conoscono da alcuni anni e che, con grande sensibilità, hanno accolto le nostre emozioni dimostrando di accettarci per quello che siamo.”

– Pensate che gli altri vedano davvero chi siete?
“Pensiamo di no perché neanche noi sappiamo veramente chi siamo e raramente ci mostriamo senza filtri.”
– C’è una scena del corto che sentite particolarmente vicina alla vostra esperienza?
“Sì, la scena sulla relazione d’amore”
– Se doveste descrivere Tra me e me con una sola parola, quale scegliereste?
“Sceglieremmo la parola “conflitto”.”


“La carriola” tra confessione e sdoppiamento