Può un suono lontano, quasi impercettibile, aprire all’improvviso uno spazio infinito dentro una vita chiusa? È da questa epifania notturna che nasce Un fischio nel silenzio, di Grazia Franco, il lavoro teatrale con cui l’I.I.S. “L. Sciascia” di Sant’Agata di Militello rilegge Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello come esperienza interiore di risveglio.
Al centro vi è l’intuizione improvvisa del protagonista: la scoperta che esiste un altrove possibile oltre la monotonia quotidiana. Il fischio del treno, udito nel silenzio della notte, non è evento esterno ma rivelazione: per un attimo, la realtà consueta si incrina e lascia emergere il senso nascosto dell’esistenza. La condizione di Belluca diventa così emblema dell’uomo imprigionato nelle “forme”, logorato da meccanismi ripetitivi e privi di significato.

La rilettura mette in primo piano la dimensione visionaria della novella: l’epifania, che non libera materialmente il protagonista, gli apre una nuova coscienza. Al di là dei consueti vincoli si dischiude lo spettacolo del mondo, accessibile non attraverso la fuga bensì tramite l’immaginazione e il sogno. Fantasia e pensiero diventano rifugio dell’anima e possibilità di resistenza interiore.
Il corto teatrale insiste sulla forza salvifica dell’immaginazione: anche nella più opprimente delle esistenze può nascere una breccia, un punto di fuga simbolico capace di restituire dignità e respiro. Il fischio non cambia la realtà, cambia però lo sguardo su di essa.

Un lavoro essenziale e meditativo che restituisce la tensione pirandelliana tra forma e vita, mostrando come la libertà possa manifestarsi innanzitutto quale coscienza, scoperta improvvisa di un orizzonte altro dentro la stessa realtà.
Per approfondire il percorso interpretativo e le scelte espressive che hanno guidato la rilettura del testo pirandelliano, abbiamo rivolto alcune domande alla docente referente del progetto, la prof Anna Maria Tata.
– Cosa vi ha guidato nella scelta di accentuare la dimensione interiore del risveglio di Belluca?
“Il “risveglio” di Belluca è una rinascita interiore, che si compie all’interno della coscienza e si nutre delle lusinghe della fantasia. L’immaginazione elabora un altrove seducente e ristoratore, una costruzione fittizia che rigenera l’animo, lo consola e lo affranca dalle miserie dell’esistenza.”

– Il corto insiste sulla fantasia come rifugio: come è stata resa scenicamente questa dimensione?
“Lo svelamento interiore è affidato alla profondità dei monologhi e all’intensità dei dialoghi. I toni della recitazione, la gestualità e l’intervento coreutico, fascinoso e travolgente, suggeriscono l’incanto dell’immaginazione, in grado di dissolvere, anche per brevi attimi, ogni laccio delle convenzioni.”
– Il lavoro sembra privilegiare la coscienza più che l’azione: è stata una scelta consapevole?
“Il corto teatrale evidenzia il piano dell’intus, soprattutto in riferimento al protagonista e al personaggio femminile. La scelta, coerente col testo pirandelliano, è senz’altro consapevole e dichiara che una pur momentanea rigenerazione dello spirito può preludere a comportamenti più liberi dai condizionamenti esterni.”
– Quale riflessione pensa che gli studenti abbiano maturato sul rapporto tra immaginazione e realtà?
“Per i giovani il rapporto finzione-realtà spesso presenta confini labili. Il ricorso alla fantasia è interpretato come riparo rispetto alle delusioni, alle cadute inevitabili. Il piano onirico è talvolta porto di salvezza di fronte alle sofferenze, è l’elaborazione di un luogo più attraente. Vagheggiare non è soltanto dolce distacco dal concreto, ma diventa un invito a nuovi progetti, include prospettive più elevate: il desiderio che i sogni possano donare bellezza all’esistenza e soffocare l’intrusione di ogni segno avverso.”
Agli studenti protagonisti del lavoro — Grazia Franco, Gaia Alice Petrisi, Giovanni Miracola e Adelfio Sanfilippo — abbiamo chiesto di condividere percezioni ed esperienze maturate durante la costruzione scenica e l’incontro con il personaggio..
– Cosa rappresenta per te, autrice del testo, il fischio del treno?
“Il fischio del treno rappresenta, nel contesto del racconto, un improvviso richiamo alla possibilità di evasione dalla realtà quotidiana. È il simbolo di un’apertura inattesa verso spazi lontani che astraggono dall’opprimente monotonia della vita ordinaria. Per me il fischio assume un valore profondamente simbolico: incarna il desiderio di libertà interiore, di fuga dall’ottusità di una società ancora retrograda e patriarcale. L’immaginazione offre un rifugio sicuro e genera una forma di riscatto psicologico.”

– Ti riconosci nella sensazione di vivere a volte in una routine che imprigiona?
“Sì, la frenesia della vita quotidiana fa percepire lo scorrere del tempo come un ciclo immutabile di doveri, responsabilità e ripetizioni. Il racconto evidenzia una condizione esistenziale che molti riconoscono: il bisogno di uno spazio interiore in cui sottrarsi, anche solo per un momento, alla realtà. Così un piccolo stimolo, un suono, un ricordo, un pensiero o un dettaglio pressoché insignificante possono provocare un subitaneo risveglio della coscienza, rompere le abitudini e aprirci a nuove esperienze.”
– Cosa cambia nel protagonista dopo l’epifania?
“L’esistenza di Belluca, dopo quella rivelazione, acquista una nuova luce, appare meno oppressa dal grigiore della routine. Un’evasione di tanto in tanto non produce mutamenti sostanziali nella propria vita, ma corrisponde a una presa d’aria, si traduce in una ricarica potente, che permette di tollerare meglio le angustie della quotidianità e scolorirne la cupezza, nella fiduciosa attesa che qualcosa cambi davvero.”






“Scarpe strette” tra lucidità e ironia