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Un mondo di pixel: prigione, rifugio o strumento

Può il riflesso di uno schermo sostituirsi interamente al battito della vita reale? È da questo interrogativo che nasce la rilettura di Mondo di carta del Liceo “G. Tarantino” di Gravina in Puglia, un lavoro che trasforma la biblioteca in rete e la pagina in pixel per indagare il confine tra conoscenza e alienazione.

Al centro vi è l’isolamento di Balicci, figura arroccata in certezze rigide che diventa emblema dell’incapacità contemporanea di accogliere la relatività del mondo. In questa versione, la dipendenza digitale è la nuova “carta”: una forma che promette connessione ma genera solitudine. Il conflitto si accende nell’incontro con Tilde, che invita a sollevare lo sguardo oltre lo schermo e la cristallizzazione del pensiero.

Il copione teatrale insiste sul contrasto pirandelliano tra vita e forma, leggendo il virtuale come un rifugio fittizio che isola l’uomo dal fluire dell’esistenza. Nello spegnimento finale dei “lanternini”, lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la realtà senza mediazioni: un atto necessario per ritrovare un contatto autentico, oltre ogni distanza tecnologica.

La Dirigente Daniela Graziani Tota e le prof.sse Cesira Zuccaro e Filomena Caso

Abbiamo approfondito questo percorso con la prof Filomena Caso e la prof Cesira Zuccaro, che ci hanno svelato come la figura pirandelliana di Balicci sia diventata lo specchio in cui gli studenti hanno ritrovato le proprie fragilità digitali, trasformando lo smartphone da semplice strumento a moderna forma di ‘cristallizzazione’ dell’io.

–Cosa vi ha guidato nella scelta di Mondo di carta come testo di riferimento per una rilettura contemporanea?

“Dare voce al vissuto degli studenti è stato il nostro obiettivo primario e sin da subito la novella Mondo di carta ha offerto ai nostri giovani lettori la possibilità di ravvisare nel personaggio umoristico di Balicci una problematicità tutta moderna. Il suo bisogno di conoscenza non si basa tanto su un rapporto dialettico con la realtà e sul confronto critico delle posizioni per costituire una comunità realmente ermeneutica, quanto sul bisogno di ottenere solo conferme, spesso autocratiche di verità pregiudiziali con cui egli si identifica pur di non sentire il vuoto, la mancanza di appartenenza, l’inadeguatezza. Gli studenti si sono riconosciuti in questo atteggiamento, cambia lo strumento (libri per Balicci, smartphone per i ragazzi) non il bisogno che ne è alla base, questa l’attualità della novella che si è voluta evidenziare col lavoro di trascrizione per le scene”.

–Come è nata l’idea di trasformare la “carta” pirandelliana nel mondo digitale dei pixel? Il tema della cristallizzazione attraversa tutto il copione: come è stato elaborato con i ragazzi?

“L’idea di rendere la “carta” della novella in “pixel” si fonda sulla analogia tra l’atteggiamento di dipendenza acritica dal libro e quello di dipendenza dallo smartphone. Tilde osserva che il comportamento di Balicci non è tanto diverso da quello dei giovani: entrambi non “scollano mai gli occhi” dal proprio supporto, indifferenti alla realtà circostante, fino a quando una epifania si impone e richiama alla vita.

Il “mondo di carta” di Pirandello diventa così il “mondo di pixel”, denuncia di una vita che si identifica nella fissità delle sue forme, nel caso di Balicci nel suo non accettare che le cose nella realtà possano essere diverse da come sono presentate nei libri, nel caso dei giovani, quando il valore di una persona si misura in visualizzazioni, like e followers, quando lo smartphone cessa di essere strumento neutro e diventa una gabbia invisibile sempre più stretta tanto da impedire il movimento, una moderna forma di cristallizzazione. La conclusione del lavoro è un invito a sciogliere tutte le forme cristallizzate dentro di noi e ridare la vita al suo movimento”.

–Il lavoro sembra evitare giudizi semplicistici sulla tecnologia: è stata una scelta consapevole?

“Il testo è nato dall’intento reale di esplorare le motivazioni che sono alla base di quegli atteggiamenti nei giovani che spesso noi adulti bolliamo superficialmente come incomprensibili. Esso non ha nessun intento di demonizzare la tecnologia in sé, come non doveva esserci in Pirandello la condanna della lettura. I brevi monologhi scritti dagli studenti sul loro rapporto col cellulare hanno poi rivelato affinità incredibili con i temi pirandelliani (il forestiere della vita, l’incomunicabilità e il rapporto tra verità e apparenza e il relativismo conoscitivo). La cornice in cui sono inseriti i monologhi inoltre denuncia l’assetto attuale della conoscenza: ciò che è reale spesso è invisibile, non vive realmente fino a che, divenuto virtuale, trova una sua fissità nella collocazione dell’etere. Ritornano i temi pirandelliani ma questa volta capovolti di segno, la vita offline è morte, la vita online, pur con le sue cristallizzazioni e moltiplicazioni all’infinito di forme fisse, è paradossalmente reale”.

–Che tipo di dialogo si è creato tra studenti del classico, dello scientifico e del musicale nel processo creativo?

“La scelta del testo è stata operata dagli studenti del secondo anno del liceo classico, mentre la pianificazione della struttura da dare al testo è stata elaborata congiuntamente con gli studenti del quinto anno del liceo scientifico in attività di brainstorming e project work. Condivisi i temi di fondo e l’intento di mantenere la caratterizzazione dei personaggi pirandelliani di Balicci e di Tilde, si è affidata la stesura della cornice agli studenti del secondo anno, mentre gli studenti del quinto anno, più consapevoli dei temi pirandelliani, hanno realizzato le parti centrali. La conclusione da dare al copione è risultata la più complessa, perché gli studenti hanno dovuto, dopo ampia discussione e confronto tra idee diverse, ricalibrare le loro scritture per un finale che potesse essere disturbante per lo spettatore e potesse, nel suo essere aperto, farsi portatore di una domanda di senso. A questo punto determinante è risultata la collaborazione con gli studenti del musicale a cui è stato chiesto di creare una musica digitale che potesse, rotte tutte le cristallizzazioni, esprimere la nuova possibilità dell’essere”.

–Quale consapevolezza pensate che gli studenti abbiano maturato rispetto al rapporto tra realtà e virtualità?

“Ci piace la parola consapevolezza, la conoscenza profonda di qualcosa che inizialmente solo intuita possa raggiungere un livello superiore attraverso il coinvolgimento emozionale, sensibile e razionale dell’individuo, e degli individui tra loro se si conferma il prefisso della parola cum-, che evidenzia come ogni conoscenza per dirsi significativa debba essere un viaggio di ricerca condiviso, da fare insieme: la finalità è perseguita del Liceo Tarantino nel suo “essere”, prima che nel suo “fare”, scuola, anche grazie alla partecipazione a concorsi come questo che consentono realmente agli studenti di guardarsi dentro.

Attraverso la lettura della novella, la conseguente riflessione e la stesura del copione, gli studenti hanno raggiunto la consapevolezza di quanto illusorie siano le scelte che compiamo per avere conferme e rassicurazioni circa la nostra felicità e presenza nel mondo, perché alzare lo sguardo non significa solo staccarsi dal telefono, ma anche affrontare davvero gli altri, senza filtri, significa accettare di essere vulnerabili, contraddetti e contraddittori, significa con fatica attraversare anche le nostre zone più oscure e cercare non soluzioni semplicistiche e anestetizzanti ma domande che tengano desta la nostra umanità. Aspettiamo di cominciare con le prove per la messa in scena per dare corpo alle parole scritte e vita piena ai messaggi pirandelliani per renderne compiuta la consapevolezza”.

Ma cosa significa, per chi è nato tra gli schermi, “alzare lo sguardo” e affrontare la realtà senza il filtro dei social? Lo abbiamo chiesto ad Asia Fusano, Annachiara Nolasco, Martina Pupillo, Marilù Ruscigno e Marìca Tucci, le autrici di questo Mondo di Pixel. Attraverso il loro racconto, ci guidano dentro una sfida coraggiosa: riconoscere la cecità collettiva del nostro tempo per tornare, finalmente, a vederci davvero

–In cosa Balicci vi è sembrato vicino al mondo di oggi?

“Balicci ci è sembrato molto vicino a noi giovani perché vive la stessa alienazione che proviamo oggi; ci è sembrato vicino a chiunque si chiuda nella propria bolla, che sia un libro, un algoritmo o una community online, rifiutando ogni punto di vista diverso dal proprio. La sua incapacità di “vedere” i ragazzi richiama le molte incomprensioni tra generazioni, ma anche quelle tra coetanei che si giudicano a partire da pochi frammenti di immagine o di profilo social. Inoltre così come noi non riusciamo ad alzare lo sguardo dal cellulare, egli non riesce a staccarlo dai libri. Entrambi cerchiamo la “realtà” e le emozioni in modo simile ma diverso: noi adolescenti attraverso gli schermi e i profili degli altri, Balicci attraverso le pagine dei suoi libri”.

–Il digitale nel vostro copione è una prigione o uno strumento? O entrambe le cose?

“Nel nostro copione il mondo digitale è chiaramente rappresentato dal muro di pixel dietro il quale i ragazzi preferiscono nascondersi, estraniandosi dalla società, per sentirsi più forti e difendersi da aspettative o modelli imposti a cui non sentono di appartenere e in cui si sentono imprigionati. È dunque entrambe le cose: una prigione quando diventa unico luogo di riconoscimento, rifugio dove ci si nasconde dietro un profilo o un numero di followers; uno strumento quando permette di esprimere fragilità e desideri che a volte, nella vita offline, restano muti. I monologhi dei ragazzi mostrano proprio questa ambivalenza: dal porto sicuro dei followers alla vertigine del sentirsi nessuno senza lo schermo. Pertanto il nostro testo vuole essere un’esortazione a chiedere aiuto per tutti coloro che realmente si sentono imprigionati in qualcosa a cui non sentono di appartenere. Che si tratti di pixel, carta o altri muri quotidiani”.

–Vi riconoscete nella difficoltà di “alzare lo sguardo” dalla vostra realtà quotidiana?

“Sì, ci riconosciamo abbastanza nella difficoltà di “alzare lo sguardo”, infatti scrivere questo copione è stato come guardarci allo specchio. Spesso questo gesto ci intimorisce: fuori dallo schermo temiamo il giudizio della società e ci rifugiamo nei pixel per fuggire da una realtà che ci appare ignota e spaventosa. Tuttavia, questa protezione è illusoria: lo scudo digitale può trasformarsi in una trappola che spegne la luce, rendendoci incapaci di vedere chi abbiamo davvero accanto”.

–Cosa significa per voi la cecità finale condivisa da tutti i personaggi?

“La cecità finale ovviamente è simbolica. Non è solo il buio fisico, ma essa ci dice dell’incapacità di vedere davvero. Non vediamo l’altro, non vediamo noi stessi, non vediamo la realtà per quello che è. Non è un caso che il copione si chiuda con una domanda chiara “Qualcuno riesce a vederci?” che è anche una richiesta d’aiuto, essere visti davvero significa essere riconosciuti nella nostra unicità. In chiusura restano solo le luci degli schermi, che illuminano i volti ma non creano relazioni. Il fatto che i personaggi siano tutti ciechi è importante per denunciare la condizione collettiva della incapacità a vedere davvero. Tuttavia alla iniziale condizione di inquietudine e smarrimento dovuta dalla cecità subentrerà l’adesione al flusso vitale, reso attraverso una danza nel buio, condizione possibile proprio solo quando si spengono i lanternini e lanternoni, le certezze fittizie con cui radichiamo la vita alla fissità”.

–Pensate che esista ancora una distinzione netta tra vita reale e vita virtuale?

“Siamo nativi digitali e per noi non esiste frattura tra i due mondi, la vita online influenza profondamente quella offline: le emozioni, la reputazione, la conoscenza, le relazioni sono reali anche se nascono in uno spazio virtuale. Ormai le due dimensioni si intrecciano continuamente. Il problema non è scegliere tra reale e virtuale, ma riuscire a non perdere autenticità e identità”.

-Se doveste esprimere il senso di Mondo di Pixel con un’immagine, quale scegliereste?

“Se dovessimo scegliere un’immagine, sarebbe un palco completamente buio, con tante piccole luci blu accese, gli schermi dei cellulari, e suono di notifiche. Ogni volto è illuminato in una espressione deforme dovuta dallo smarrimento e dalla percezione egoistica del proprio dolore, nessuno guarda davvero l’altro in una mancanza di connessione profonda e reale. Crediamo che questa immagine possa rappresentare non solo il senso di “Mondo di pixel” ma possa essere un quadro piuttosto realistico di quello che viviamo quotidianamente e che abbiamo voluto portare in scena col nostro lavoro.”

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