Quando un gesto minimo incrina l’equilibrio di una vita intera, cosa resta dell’identità che credevamo stabile? È dentro questa crepa sottile che si colloca La carriola, la rivisitazione proposta dall’Istituto Superiore “Pietro Colletta” di Avellino, ispirata all’omonima novella di Luigi Pirandello.
Il lavoro assume la forma di una reinterpretazione monologica, essenziale e concentrata, che restituisce la tensione interiore del protagonista pirandelliano: un uomo rispettabile, incasellato in ruoli sociali rigidi e irreprensibili, che scopre improvvisamente l’assurdità della propria esistenza attraverso un gesto infantile e clandestino: spingere una carriola con il proprio cane. In questo atto apparentemente insignificante si apre una frattura: la coscienza si scinde tra l’immagine pubblica e la verità segreta del sé.
La scelta di una resa scarna e dolente accentua il nucleo filosofico della novella: la maschera sociale che imprigiona, la vita ridotta a forma, la ribellione minima che diventa unico spazio di autenticità possibile. Il protagonista non fugge dal proprio ruolo, ma ne percepisce la gabbia; e proprio nel gesto assurdo trova un momentaneo varco di libertà.

La rilettura mantiene intatta la dimensione esistenziale pirandelliana, ponendo al centro la percezione improvvisa dell’estraneità a se stessi. Il monologo diventa così luogo di confessione e sdoppiamento, dove la coscienza osserva la propria vita come qualcosa di estraneo e imposto.
Un lavoro breve ma intenso, che affida alla parola e alla presenza scenica il compito di rendere visibile la frattura tra identità sociale e verità interiore, mostrando come anche il più piccolo gesto possa diventare rivelazione.
Per comprendere più a fondo le scelte artistiche e pedagogiche del progetto, abbiamo chiesto alla docente referente, Prof.ssa Roberta De Maio, di condividere le riflessioni sul percorso e sul significato simbolico delle scelte registiche.
Cosa vi ha guidato nella scelta di La carriola, testo così introspettivo e monologico? Quale consapevolezza pensa che il lavoro abbia attivato nei ragazzi sul tema dell’identità?
“La scelta de La carriola è stata operata dagli allievi, in assoluta autonomia, per una precipua rispondenza alle loro istanze interiori e si è tradotta in una forma scabra e dolente, essenziale e fedelissima – quasi filologica – al fine di evidenziare, drammaticamente e in maniera chiaroscurale, la tragica solitudine del protagonista, particolarmente nella discrasia tra immagine e ‘vulnera’ interiori, di cui il gesto della carriola è icastica e sconvolgente concrezione. La rilettura degli allievi mi ha dato, infine, la misura di una sensibilità ed un interessamento ‘emotivo’ – del tutto peculiari – al tema dell’identità.”

Abbiamo poi chiesto agli studenti, Alessandro Quirino Mosca, Edoardo Imbimbo e Antonio Gallo, di raccontarci le loro impressioni sul lavoro, come hanno interpretato il protagonista e cosa hanno scoperto sul tema dell’identità e della verità personale.
– Vi è sembrato comprensibile il bisogno del protagonista di compiere quel gesto?
“Il gesto compiuto dal protagonista non ha bisogno di giustificazioni, diventa normalità, qualcosa di necessario, un bisogno imprescindibile, l’unica cosa che mantiene viva la sanità del protagonista. Il salto nella follia si dimostra il più grande momento di intimità con sé stessi: il protagonista ha paura, il momento è talmente intimo, unico, che il protagonista non riconosce nemmeno più le sue azioni, sono così spontanee che sembra sia controllato da qualcun altro, sembra assistere agli atti di uno sconosciuto. Eppure, nonostante lo stato di straniamento, di lontananza che creano le sue azioni, sia nel lettore che in sé stesso, risultano essere l’unico stimolo che lo risvegliano dalla monotonia e dalla finzione della vita quotidiana nella quale vive costretto, intrappolato, senza via di fuga.”
– Pensate che ognuno abbia una “carriola” segreta, qualcosa che lo fa sentire se stesso?
“Certamente, magari non è qualcosa di così evidente, non si manifesta nelle stesse modalità, talvolta è qualcosa di piccolo al punto che nemmeno noi stessi siamo capaci di prenderne coscienza se non ci facciamo attenzione. Qualcosa deve pur esserci, per ognuno di noi, una via di fuga, un modo per distrarci: saremmo altrimenti -e taluni, in numero sempre crescente, ho sfortunatamente notato diventarlo- gusci vuoti, incastrati in un opprimente sistema che mira a distruggere e omologare.”
– Cosa avete provato nel dare voce a un personaggio così diviso intimamente?
“La scrittura del protagonista è stata abbastanza singolare, qualcosa che non ci era mai capitata prima. Nonostante siamo abituati alla disamina personaggi particolarmente complessi, dar voce ad una personalità del genere ci ha fatto comprendere che rendere estranee e lontane da sé stessi le parole che danno voce ad un personaggio è quantomai arduo. Ciò che abbiamo presentato al concorso è una sorta di rielaborazione dell’originale novella pirandelliana: trascrivere, parafrasando, le parole che già avevamo letto ci sembrava riduttivo, il discorso risultava vacuo, privo di un’anima, ci siamo quasi sentiti in dovere di dare una un tono personale al protagonista. La stesura della sceneggiatura, di gran lunga più che la semplice lettura, è stato un grande esercizio non solo per l’importanza del testo originale, ma soprattutto perché ci è stato messo in mano un fortissimo strumento – oggi quasi in disuso- per raccontarci e confrontarci, facendoci anche intendere la complessità di esprimersi attraverso le parole di qualcun altro, con lo sforzo di rendere tutto il più realistico possibile.”

– Vi riconoscete nella sensazione di dover mantenere un’immagine sociale?
“Troviamo che la società odierna ci costringa sempre più ad uniformarci per usufruire di tutti i vantaggi e gli svantaggi, in relazione agli ambienti che frequentiamo. Il comportamento di molti giovani, e non solo, ricorda i liquidi che si adattano alle forme del contenitore in cui si trovano: nessuna sovversione delle regole, nessuna via di fuga e totale assenza di libertà. Paradossalmente, seguire tali indicazioni permette a molti di configurarsi/identificarsi come “normali” o, peggio, come “sani”. La nostra scelta, che ci ha portato alla stesura della sceneggiatura pirandelliana, è un invito alla discordanza, alla disarmonia in cui si rifugia la nostra speranza di un mondo fatto da persone insolite e inaspettate: un mondo cacofonico ma, in definitiva, meno noioso.”


Μέθεξις – Quel dolore che genera amore