Cosa accade quando l’incontro con la morte si fa improvvisamente tangibile, sovvertendo la percezione del tempo e della realtà?
Questo è il nodo centrale di “La Signora”, il testo teatrale ispirato alla novella di Luigi Pirandello “La morte addosso”, che verrà portato in scena dagli studenti dell’I.I.S.S. “G. Veronese” di Chioggia sul prestigioso palco del Teatro Pirandello di Agrigento .
Il progetto ha coinvolto cinque studenti della IV e V sez. A del Liceo Classico – Eleonora Boscolo, Giacomo Conforti, Kamilla Munari, Giulia Mura e Giacomo Nordio – sotto la guida della prof.ssa Caterina Penzo e con la direzione teatrale della prof. Patrizia Aricò, formatore teatrale.

Attraverso questa messa in scena, i ragazzi hanno rielaborato il senso di precarietà dell’esistenza che emerge nella novella pirandelliana, dove il protagonista, sfiorando la morte in un incidente, si accorge di essere un estraneo alla propria stessa vita.
Abbiamo approfondito questo intenso percorso teatrale con le professoresse Caterina Penzo e Patrizia Aricò .
Come è nata l’idea di trasformare La morte addosso in un’opera teatrale dal titolo La Signora ?
Il tema della novella mette in evidenza l’idea stessa della malattia legata alla morte e come il
personaggio la vive, l’abbiamo colta come una sfida per allargare la tematica ad un ipotetico
personaggio più sfaccettato, l’idea della condivisione dei sentimenti del protagonista fatti propri da
ognuno di noi.

Quali sono state le principali sfide nell’adattare il testo pirandelliano alla messa in scena teatrale?
Al mistero della morte non c’è spiegazione, ma forse non serve. La morte e la vita si tengono per
mano, intrecciate come radici di uno stesso albero, e proprio nel loro abbraccio segreto si cela il
significato. Noi siamo un breve canto che risuona tra due estremi silenzi, un istante fragile e
magnifico, un soffio che osa sfidare l’eternità.
Pirandello esplora il confine tra vita e morte, realtà e percezione. Come avete lavorato per rendere
visivamente e drammaturgicamente questo tema?
Nel sentire la morte addosso, il nostro sguardo si fa disincantato e lucido, e ci rendiamo conto che la
morte non è un’estranea: è la cornice che ci permette di dipingere la nostra vita. E noi, pittori
esitanti, non possiamo fare altro che immergere il pennello nei colori più intensi, sapendo che ogni
tratto sarà irripetibile.
Il testo della novella è stato destrutturato, senza tradire la linea narrativa della
stessa, in una sorta di gioco di rimandi tra personaggi che rompendo la quarta parete si rivolgono al
pubblico con riflessioni su quanto accade alternandosi al dialogo.

Gli studenti hanno dovuto confrontarsi con emozioni profonde e universali. Come hanno vissuto
questo percorso interpretativo?
Cercando di calarsi nei sentimenti dei personaggi e il loro modo diverso di reagire, ma con un
comune denominatore, la fragilità di ognuno nel non poter evitare l’inevitabile.
In che modo il protagonista della storia prende coscienza della propria esistenza e come questo è
stato reso nel vostro adattamento?
Quello che nel nostro adattamento emerge da un testo destrutturato è una sorta di dialogo tra i vari
personaggi cosicché il protagonista non espliciti subito ciò che sta per accadergli, è solo nel finale
che emerge il suo problema come solo ed esclusivamente suo.
Il palco del Teatro Pirandello è un luogo simbolico per rappresentare un’opera ispirata al suo
autore. Cosa significa per voi e per i ragazzi portare in scena questo spettacolo proprio in questo
Teatro?
Significa potersi immergere nella bellezza dei luoghi, nella cultura che si respira ad ogni angolo, di
entrare e poter rappresentare il nostro lavoro al teatro Pirandello che non è solo un luogo teatrale ma
è, Il luogo teatrale, che porta con sé una forza emotiva e artistica come pochi. I miei ragazzi
frequentano il liceo classico e si aspettano la stessa emozione che provano quando vedono uno
spettacolo in un teatro greco o hanno il privilegio di recitare in quel luogo.
C’è stato un momento particolarmente significativo o intenso durante la prova o la preparazione?
Quando è stato messo in scena l’inizio ma soprattutto la fine dove il canale comunicativo non è più
la parola ma il gesto.
Qual è il messaggio che sperate di arrivare al pubblico attraverso questa rappresentazione?
Il fiore appassisce, è vero, ma non è forse il suo breve sbocciare a renderlo indimenticabile? Così
anche noi, esseri di carne e sogni, danziamo sul filo della fragilità, e proprio in quella dolce
precarietà troviamo il senso più autentico del vivere.
Dopo questa esperienza, ci sono altri progetti teatrali che vorreste sviluppare con gli studenti?
Attualmente stiamo lavorando alla rappresentazione di teatro classico dal titolo “La guerra prima
della guerra: il ritorno di Ifigenia”, un testo che ruota intorno alla figura di Ifigenia in un suo
ipotetico ritorno, in un tempo non precisato ma sicuramente seguente alla morte di Clitemnestra e
Agamennone, un testo alla costruzione del quale confluiscono più testi di scrittori del novecento
come Ritsos ( Quarta dimensione) , Toibin ( La casa dei nomi) Yourcenar (Elettra).


Il dramma dell’identità tra superstizione e riscatto