Ci sono identità che non si lasciano afferrare, verità che si sdoppiano e si negano nello stesso istante. “Vivi, pagliaccio!” dell’IIS “Ambrosini – M. L. King” di Favara entra in questa vertigine pirandelliana e la trasforma in un dispositivo scenico corale, dove parola e musica si intrecciano per interrogare, più che raccontare. Liberamente ispirato a La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, il frammento si muove attorno a una verità impossibile da ricomporre, aprendosi a una costellazione di figure pirandelliane che abitano la scena come presenze in bilico, esposte allo sguardo, costrette — o forse consapevoli — di indossare una forma. È un lavoro ambizioso, che si struttura come un rito: la maschera non è più soltanto difesa, ma scelta. E il teatro diventa il luogo in cui questa scelta si compie, davanti agli altri.

Dietro la costruzione di questo dispositivo scenico c’è una visione pedagogica e artistica precisa: la professoressa Arianna Vassallo, che ha maturato lunga esperienza nel teatro, ci guida nei meccanismi di un lavoro che non vuole offrire soluzioni, ma spalancare nuovi interrogativi.
– Il vostro lavoro nasce da un progetto più ampio: come si inserisce “Vivi, pagliaccio!”?
“Questa versione di “Vivi, pagliaccio!” nasce come una sintesi intenzionale del progetto più ampio. Abbiamo cercato, in uno spazio breve, di restituire l’essenza del musical sull’identità pirandelliana che stiamo costruendo nel corso del laboratorio “Scenari di futuro – Laboratorio teatrale per orientarsi”, intrecciando frammenti recitati e brevi inserti musicali. Se nel musical questo percorso si sviluppa in modo più disteso e articolato, qui abbiamo lavorato per concentrazione: non raccontare tutto, ma lasciare intravedere il cuore del lavoro. È una sorta di “anticamera” dello spettacolo completo: un frammento che contiene già le sue domande fondamentali e che, idealmente, suscita il desiderio di vedere l’intero percorso.”

– Perché partire da La signora Frola e il signor Ponza?
“Perché lì Pirandello compie un gesto radicale: ci toglie il terreno sotto i piedi.
Non esiste una verità da scoprire, ma solo punti di vista che si sostengono e si contraddicono.
Questa vertigine è estremamente contemporanea, e i ragazzi l’hanno riconosciuta subito: è la stessa incertezza con cui oggi costruiamo la nostra identità.”
– Come avete lavorato con un gruppo così ampio?
“Abbiamo lavorato come in un organismo. Non cercando uniformità, ma ascolto. Ognuno ha portato una propria energia, una propria fragilità, e il lavoro è stato quello di trasformare questa pluralità in una presenza corale, dove nessuno si perde e nessuno domina.”
– Come dialogano parola e musica?
“La musica non accompagna: attraversa. In alcuni momenti sostiene la parola, in altri la mette in crisi, la contraddice, la supera. È un secondo livello di senso, emotivo e immediato, che permette di dire anche ciò che le parole non riescono a contenere.”
– Il passaggio da maschera come difesa a scelta?
“All’inizio la maschera è un rifugio. Poi diventa uno spazio di libertà. Il lavoro è stato proprio questo: far capire ai ragazzi che non esiste un volto “vero” e uno “falso”, ma una possibilità di scegliere come stare nel mondo, con consapevolezza.”
– Il lavoro interroga più che spiegare: scelta voluta?
“Assolutamente sì. Spiegare significa chiudere. Noi volevamo aprire. Il teatro, per me, non è il luogo delle risposte, ma delle domande che continuano a lavorare anche dopo la fine dello spettacolo.”

Ma è nella voce di chi abita la scena che il progetto si fa carne: i ragazzi del King raccontano la scoperta di una verità che non spaventa più, dove la musica diventa il battito di un corpo collettivo e la maschera uno strumento di libertà.
– Come vi siete avvicinati al tema dell’identità?
“All’inizio sembrava una cosa complicata. Poi abbiamo capito che in realtà ci riguarda tutti: ogni giorno siamo diversi a seconda di chi abbiamo davanti. Il teatro ci ha aiutato a riconoscerlo, senza paura.”
– Cosa significa per voi indossare una maschera?
“Non è fingere. È provare. È vedere cosa succede se ti permetti di essere qualcosa di diverso da quello che gli altri si aspettano.”
– Teatro e musica insieme: cosa cambia?
“Con la musica non puoi nasconderti. Ti coinvolge subito, anche emotivamente. Ti costringe a essere più presente, più vero.”

– Un momento in cui emerge il senso del progetto?
“Quando siamo tutti in scena insieme. Lì capisci che non è la storia di uno, ma di tutti. E che anche le differenze fanno parte dello stesso discorso.”
– Come vivete l’ambiguità della verità?
“All’inizio spiazza. Poi diventa liberante. Perché capisci che non devi per forza avere una risposta sola: puoi stare nella domanda.”






Il viaggio di Vivi, pagliaccio! non sarebbe stato possibile senza l’energia, il talento e la dedizione di chi ha saputo dare corpo e voce a questa visione. Un ringraziamento speciale a: Marzia Pirrera, Daniel Licata, Michele Moscato, Adriana Patti, Manuela Bennardo, Mariagrazia Palumbo Piccionello, Martina Russello, Matilde Salamone, Carola Sciacca, Elena Nicotra, Andrea Cutaia, Carol Quaranta, Flavia Felice, Giada Battaglia, Gaia Biancucci, Gloria Palumbo Piccionello, Lissandra Messinese, Miryam Vetro, Pietro Cavaleri, Salvatore Patti.


Pirandello e la sfida dell’immaginazione