A volte basta un suono, improvviso, a rompere il silenzio e cambiare tutto. A Cislago, quel fischio diventa voce, ribellione, possibilità.L’Istituto Comprensivo “Aldo Moro” porta in scena A Cislago il treno ha fischiato, un adattamento contemporaneo della celebre novella pirandelliana che sposta lo sguardo dentro le dinamiche quotidiane degli adolescenti. Belluca, qui, è una ragazza intrappolata nello sguardo degli altri, schiacciata da etichette e pregiudizi che diventano gabbia. Il corto teatrale si fa denuncia ma anche invito: trovare il coraggio di rompere quella gabbia, di ascoltare il proprio “fischio”, di essere se stessi oltre le maschere imposte. Un lavoro diretto, sincero, che affida ai giovanissimi attori la responsabilità di raccontare e interrogare il presente.

Dietro la visione di un fischio che rompe il silenzio, c’è una comunità educante che sceglie di ascoltare. La preside Maria Ausilia Castagna ci racconta come l’Istituto “Aldo Moro” abbia trasformato il palcoscenico in uno spazio di libertà, dove la scuola smette di essere solo un luogo di doveri per diventare il territorio in cui ogni studente può finalmente togliere la maschera.
– Più che un ritorno, la sua presenza sembra attraversare nel tempo il concorso: dall’esperienza con l’Istituto Comprensivo di Cunardo fino agli esordi con il Liceo artistico “Bonaventura Secusio” di Caltagirone. Che significato ha oggi per lei questo percorso?
“Lo vivo come un “attraversamento nel tempo”, il significato risiede nella continuità della mia passione per l’opera teatrale pirandelliana: il concorso non è solo una gara, ma rappresenta la crescita di un’identità artistica che ha saputo viaggiare attraverso l’Italia, portando con sé il bagaglio delle proprie origini, il filo rosso che ha legato l’entusiasmo infantile di Cunardo alla consapevolezza tecnica e progettuale acquisita a Caltagirone.”
– Ha accompagnato studenti di età e contesti diversi dentro l’universo di Pirandello: cosa cambia e cosa resta, nel modo in cui i giovani si confrontano con questi testi?
“Nell’universo di Pirandello a cambiare è lo strumento d’analisi, ma ciò che resta immutato è il viscerale bisogno di verità. All’Istituto Comprensivo di Cunardo, i più piccoli hanno approcciato l’autore come un’esperienza ludica, una scoperta quasi magica del suo messaggio. Al Liceo Artistico di Caltagirone, invece, il dramma si è fatto esistenziale: per gli adolescenti la maschera non è più un gioco, ma una “gabbia” sociale. Usano Pirandello per dare un nome al disagio che provano online (anche attraverso la costruzione del profilo social) e nella vita reale, trasformando la poetica dell’autore in uno strumento di ribellione o di auto-analisi. Resta l’impatto con il sentimento del contrario. A qualunque età, Pirandello scuote i giovani perché li autorizza a essere “scomposti”, a non essere perfetti e a capire che dietro una risata può nascondersi un dolore. Se un tempo Pirandello si studiava per capire la crisi dell’uomo del ‘900, oggi i ragazzi lo leggono per capire se stessi in un mondo che chiede loro di essere costantemente “personaggi”.”

– In un progetto come questo, che unisce teatro, educazione e crescita personale, quale ritiene sia il valore più profondo per gli studenti- e, se vuole, anche per chi li guida?
“Per gli studenti, il palcoscenico agisce come un potente acceleratore di empatia, offrendo una sperimentazione sicura: qui è possibile “abitare” vite diverse ed esplorare emozioni che, nella quotidianità, potrebbero spaventare. Questa esperienza trasforma radicalmente il rapporto con la consapevolezza del corpo, convertendo la fisicità — spesso vissuta con disagio durante l’adolescenza — in uno straordinario strumento comunicativo. Si realizza così un’inclusione reale: sul palco il singolo svanisce per dare vita all’organismo-gruppo, una dimensione collettiva dove anche il limite del compagno smette di essere un ostacolo per trasformarsi in risorsa scenica. Il beneficio si estende inevitabilmente anche a chi guida il percorso. Per i docenti, il valore risiede in un profondo cambio di prospettiva: si smette di essere meri erogatori di nozioni per trasformarsi in facilitatori di esperienze vive. Per i dirigenti scolastici, invece, l’obiettivo più alto è vedere un ragazzo “fiorire” o superare un blocco emotivo attraverso un personaggio: una gratificazione umana che supera di gran lunga i parametri del risultato didattico tradizionale. In sintesi, il valore profondo è la costruzione di una comunità sensibile, capace di ascoltare prima ancora di parlare.”
Tradurre Pirandello nel linguaggio dei ragazzi significa consegnare loro una bussola per orientarsi nel caos del presente. Le professoresse Maria Luisa Desiderio e Rossella De Fanti spiegano come è nato questo viaggio dentro le dinamiche dell’adolescenza, guidando le alunne e gli alunni a trasformare il peso dei pregiudizi in una forza creativa capace di scardinare ogni gabbia quotidiana.
– Come nasce l’idea di rileggere Il treno ha fischiato in chiave contemporanea, legandolo al tema del bullismo?
“Partendo da una novella familiare agli alunni di terza media, abbiamo optato per una rilettura in chiave moderna della vicenda di Belluca, cercando di approfondire alcune dinamiche relazionali che si sviluppano, in particolar modo, durante l’età adolescenziale. Abbiamo riflettuto insieme sul tema del pregiudizio, della discriminazione, della difficoltà di essere davvero se stessi; l’accostamento al tema del bullismo, purtroppo molto attuale, è nato spontaneamente.”
– La trasformazione della Belluca in un’adolescente è molto significativa: come avete lavorato su questo passaggio?
“Nell’attualizzazione della novella, abbiamo optato per proiettare il protagonista nella quotidianità della vita di un’adolescente. L’ impiegato dedito al lavoro e alla famiglia, un po’ isolato e deriso dai colleghi si è, così, trasformato in una ragazza ugualmente ligia all’impegno scolastico, vittima dei pregiudizi e delle prese in giro dei compagni, incapaci di cogliere la bellezza della sua originalità e dei suoi talenti.”

– In che modo gli studenti hanno contribuito alla costruzione della storia e dei personaggi?
“Abbiamo letto insieme la novella, analizzato i personaggi e ogni alunno ha dato il proprio contributo per la stesura del copione, mostrando grande sensibilità per le tematiche affrontate.”
– Il tema delle “maschere” è centrale in Pirandello: come lo avete reso comprensibile e vicino ai ragazzi?
“Affrontando con i ragazzi di terza media il tema dell’adolescenza, più volte è emersa la fatica di essere davvero autentici, con il rischio di essere costretti a “indossare una maschera” solo per essere accettati dal gruppo. Partendo dalle riflessioni personali dei ragazzi, abbiamo deciso di utilizzare in scena le maschere neutre, simbolo del pregiudizio che ingabbia la Belluca, ma anche dell’omologazione del gruppo, con la conseguente perdita di uno spirito critico. Quando il treno fischia, la protagonista lancia con rabbia la sua maschera e si sente finalmente libera di mostrare il suo vero volto.”
– Quanto è stato importante affrontare il bullismo attraverso il linguaggio teatrale?
“Per noi, è stato davvero importante offrire ai nostri alunni, attraverso l’esperienza del laboratorio teatrale, un’opportunità di riflessione e di crescita personale. Calarsi in ruoli anche molto distanti dalla propria indole è stato significativo per permettere ai ragazzi di immedesimarsi sia nel bullo sia nella vittima, ragionando sulle dinamiche sottese e sviluppando empatia e sensibilità.”
– Avete lavorato su esperienze reali o su riflessioni condivise in classe?
“Prevalentemente su riflessioni condivise durante il laboratorio teatrale o durante le ore di lezione curricolare, ma anche facendo riferimento a esperienze reali vissute personalmente dagli alunni o da loro amici e compagni.”
– Il corto ha anche una forte valenza educativa: qual è il messaggio principale che volete trasmettere?
“Il messaggio che vogliamo trasmettere ai ragazzi che vedranno il nostro corto è l’importanza di essere sempre se stessi e di accettarsi con i propri punti di forza e di debolezza; è un invito a liberarsi da maschere e pregiudizi, facendo emergere il loro vero io, anche se diverso da quello degli altri.”

Il fischio del treno è, prima di tutto, il loro. Sono Rachel Arthur, Ilenia D’Agostino, Gaia Fioravanti, Sara Marano, Lucia Piccini, Camilla Pomella, Mathias Samanamud e Sofia Sparascio a dare voce e corpo a questa ribellione: attraverso i loro racconti, scopriamo cosa significhi per un adolescente di oggi affrontare lo sguardo degli altri e trovare, nel buio della miniera sociale, la propria luce.
– Qual è stato il vostro primo incontro con la storia della Belluca?
“Alcuni di noi avevano già conosciuto la storia di Belluca durante le lezioni di italiano, ma per quasi tutti il primo incontro con questo personaggio è stato proprio durante il laboratorio di teatro, quando le professoresse ci hanno letto la novella e ci hanno proposto di reinterpretarla, attualizzandola. Lavorare sul copione e recitare il corto ci ha aiutato a capire sempre più a fondo il personaggio e a trasformare la lettura della novella in un’esperienza davvero interessante, arricchente e anche sorprendente.”
– Come avete immaginato questo personaggio nella vostra versione contemporanea?
“All’inizio, abbiamo riflettuto sul personaggio di Belluca e sul suo rapporto con i colleghi e con la famiglia. Abbiamo cercato di capire ciò che in realtà Pirandello voleva dirci con questa novella e abbiamo modificato il personaggio per riflettere sui problemi attuali dei giovani, in particolare sul bullismo. La Belluca non è effettivamente pazza, come i suoi compagni sostengono, ma è vittima del disinteresse e della mancanza di empatia dei suoi coetanei, che la giudicano per quello che in realtà non è.”

– Il tema del bullismo è molto presente: quanto lo sentite vicino alla vostra realtà?
“Per noi, il bullismo è un tema estremamente vicino alla realtà di ogni giorno, anche se non è sempre palese: spesso viaggia sotto forma di pettegolezzi non veri, sussurrati alle spalle di qualcuno. Vediamo frequentemente persone prese di mira senza motivo o sentiamo parole giudicanti e sprezzanti, che feriscono. Questi atteggiamenti rendono più difficile essere veramente se stessi: chi non si adegua alla massa viene spesso “etichettato” o isolato. Occorre, però, imparare a non aver paura del giudizio degli altri e trovare degli spazi dove sentirsi veramente liberi; per alcuni di noi, questo spazio è il teatro, dove non abbiamo paura di mostrare il nostro vero “io”.”
– C’è una scena che vi ha colpito particolarmente durante le prove?
“In particolare, ci hanno colpito tre momenti del corto: – qualcuno di noi ha sottolineato l’importanza della scena iniziale, quando la Belluca non reagisce agli insulti dei compagni: a volte, le persone non riescono a esternare le emozioni che provano; – un’altra scena che ci ha colpito è quella in cui i bulli indossano la maschera: spesso le persone si nascondono dietro un’identità falsa per colpire gli altri e poi fare finta di niente; – la scena che ci è rimasta più impressa è quando, al termine del corto, la Belluca finalmente reagisce e decide di mostrare la sua vera identità: non dobbiamo permettere a nessuno di metterci “i piedi in testa”, al contrario dobbiamo sempre avere il coraggio di affermare chi siamo veramente, distinguendo con forza ciò che ci piace da ciò che non ci piace.”
– È stato difficile mettersi nei panni di chi giudica o di chi viene giudicato?
“All’inizio, abbiamo fatto tutti fatica a interpretare la parte dei bulli, perché tendenzialmente siamo persone abbastanza riservate e non ci piace giudicare o parlare male degli altri; preferiamo dire apertamente ciò che pensiamo. Piano piano, però, siamo entrati nella parte e tutto è diventato più semplice. Interpretare la parte della vittima di atti di bullismo è stato molto stimolante: il linguaggio della danza ha permesso di evidenziare il senso di leggerezza e libertà provato dalla protagonista nel momento in cui si libera, finalmente, della maschera soffocante imposta dagli altri.”

– Cosa vi portate da questa esperienza, dentro e fuori la scena?
“In scena abbiamo scoperto la forza del gruppo: ci siamo scambiati consigli reciproci, ci siamo impegnati per raggiungere insieme un buon risultato e, grazie a questo spirito di squadra, il lavoro è diventato un’esperienza indimenticabile e coinvolgente. Fuori dalla scena la lezione più grande è stata quella dell’empatia: abbiamo capito quanto possa essere doloroso sentirsi attaccati dagli altri e cosa provi davvero la vittima di bullismo. Adesso siamo più consapevoli del fatto che occorra”pensarci due volte” prima di insultare qualcuno e che non si debba mai giudicare gli altri senza conoscere davvero la loro storia.”


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