C’è una linea sottile, e potentissima, che attraversa il sacro e il profano, la devozione e il rito, la fede e la rappresentazione. Il Liceo Scientifico e delle Scienze Umane “R. Politi” di Agrigento la percorre con consapevolezza in Tra sacro e profano: San Calò e il Signore della Nave, un lavoro che affonda le radici nella tradizione per restituirla alla scena con uno sguardo contemporaneo.
Ispirato all’atto unico pirandelliano La sagra del Signore della nave, il progetto nasce da una riflessione sul rapporto tra ritualità popolare e identità collettiva, intrecciando il riferimento letterario con uno dei momenti più sentiti della tradizione agrigentina: la festa di San Calogero. Ne emerge un’indagine che va oltre il contesto locale e tocca un nodo universale: il confine, sempre mobile, tra ciò che siamo e ciò che mostriamo.

Per esplorare il delicato equilibrio tra devozione popolare e architettura teatrale, abbiamo chiesto alla professoressa Valentina Mattaliano di guidarci nella genesi di un progetto che trasforma la ritualità di San Calogero in un potente strumento di indagine pirandelliana.
Il vostro lavoro intreccia Pirandello con una tradizione fortemente identitaria come quella di San Calogero: come nasce questa scelta?
La scelta di mettere a confronto la festa di San Calogero e “La sagra del Signore della nave”, cui Pirandello ha dedicato un Atto unico, nasce dall’esigenza di rendere vivo e concreto lo studio dell’autore , avvicinandolo all’esperienza diretta degli studenti. Per questo abbiamo pensato ad una festa popolare, come quella di San Calogero, profondamente radicata nel nostro territorio, come esempio di compresenza di sacro e profano. Gli studenti hanno così potuto riconoscere, nella loro realtà, le stesse dinamiche culturali ed umane messe in scena da Pirandello.
– Il lavoro sembra muoversi tra dimensione locale e significato universale: era un obiettivo consapevole?
Sì, l’obiettivo era proprio quello di partire da una dimensione locale, fortemente identitaria, per arrivare a una riflessione più ampia e universale. Gli studenti hanno voluto dimostrare come la letteratura possa essere uno strumento per leggere la realtà e coglierne significati che vanno oltre il contesto locale. Le tradizioni popolari, infatti, pur essendo espressione di un determinato territorio, esprimono comportamenti comuni: la devozione e il rito, l’ordine e il disordine/caos , la realtà e l’apparenza.

– Come hanno reagito gli studenti nel confrontarsi con un testo complesso come quello pirandelliano?
Nonostante la complessità dei temi, gli studenti si sono attivati mostrando grande curiosità soprattutto rispetto ad alcune usanze , quali il lancio del pane durante la processione di San Calogero e la scanna del maiale, descritta da Pirandello ne “La sagra del Signore della nave”. Questi ultimi sono diventati momenti cruciali del testo, evidenziati dalla protagonista, Charlotte, ragazza francese trasferitasi ad Agrigento, che mostra incredulità e perplessità dinanzi ad espressioni popolari, più folkloristiche che religiose. Pertanto la realizzazione del progetto ha permesso loro di collegare la letteratura all’esperienza concreta.
– Qual è il valore educativo di un progetto che mette insieme tradizione, letteratura e teatro?
Un progetto di questo tipo ha un grande valore educativo, poiché sviluppa competenze diverse: cognitive, espressive, culturali e relazionali. Questo lavoro, nello specifico, ha permesso agli studenti di collegare la letteratura ad un’esperienza concreta, di comprendere meglio l’autore e il contesto storico-letterario; inoltre li ha portati a riflettere sulla propria identità culturale e sul territorio in cui vivono.

Il cuore pulsante di questo rito scenico vive nelle voci di Salvatore Butticè, Gabriele Cuffaro, Chiara Iacono, Giulio Iacono, Antonino Mangione ed Eva Santoro, autori dell’adattamento: sono loro a raccontarci come il confronto con il “Signore della Nave” sia diventato un viaggio personale e collettivo alla scoperta di quel confine, così sottile, tra ciò che è sacro e ciò che è profano. A dare vita al testo sul palco del Teatro Pirandello saranno invece gli interpreti Serena Andrea D’Orazio (nel ruolo di Charlotte), Calogero Cipolla, Salvatore Ciulla, Salvatore Ruggieri e Giuseppe Palumbo.
– Qual è stato il vostro primo approccio a La sagra del Signore della nave?
Abbiamo conosciuto il testo, “ La sagra del Signore della nave”, nell’ambito di un’attività di lettura, svolta in classe, che ha suscitato in noi curiosità e interesse principalmente per il significato molto particolare dell’opera. Ci è sembrato un testo diverso da quelli che ,abitualmente, si leggono per comprendere il pensiero di Pirandello. Il contrasto tra festa popolare e religiosità ci ha fatto riflettere sulle contraddizioni dell’uomo di tutti i tempi.
– Lavorare su una tradizione molto vicina al vostro territorio: quanto vi ha aiutato questo nella costruzione del lavoro?
Il fatto di lavorare su una tradizione vicina al nostro territorio ci ha aiutato molto, poiché ci ha permesso di riconoscere atteggiamenti e modi di vivere che fanno parte della nostra realtà e di immedesimarci nei personaggi; la trama de La sagra del Signore della nave non propone contenuti così lontani nel tempo, ma temi che riguardano il modo in cui le persone, ancora oggi, vivono le feste e la religione.
– Cosa significa per voi il confine tra sacro e profano?
Per noi il confine tra sacro e profano è molto sottile: nella sagra si vede come un momento religioso possa trasformarsi in qualcosa di rumoroso, caotico e quasi violento. Questo ci ha fatto riflettere su come spesso le persone partecipano a riti religiosi, anche come occasione di incontro, svago e addirittura per sfogare i propri istinti . Il confine, pertanto è sottile , e cambia a seconda del comportamento delle persone.
– C’è una scena in cui sentite emergere più chiaramente il senso del vostro progetto?
La scena in cui si sente più chiaramente il senso del nostro progetto è quella della festa, dove la folla perde il significato religioso del momento. In questo passaggio si coglie bene il contrasto tra devozione e tradizioni , tra fede e divertimento. È la scena che mostra meglio l’idea centrale del nostro lavoro, cioè il rapporto tra ritualità religiosa e comportamento collettivo.

– Quanto vi ha fatto riflettere questo lavoro sul rapporto tra identità personale e identità collettiva?
Questo lavoro ci ha fatto riflettere molto su come, quando siamo in gruppo, spesso cambiamo comportamento. L’identità personale può passare in secondo piano e si tende a seguire quello che fanno gli altri. Nella sagra succede proprio questo: la folla diventa più importante dei singoli individui: questo ci ha fatto comprendere quanto sia forte l’influenza della comunità sulle scelte delle persone.
– Lavorare tra scrittura e messa in scena ha cambiato il vostro modo di leggere Pirandello?
Sì, lavorare tra scrittura e messa in scena ha cambiato il nostro modo di leggere Pirandello. Non lo abbiamo più visto solo come un autore da studiare, ma come qualcuno che definisce situazioni molto reali e ancora attuali. Mettere in scena il testo ci ha fatto scoprire quanto le sue opere parlino ancora del presente.

A Serena Andrea D’Orazio chiediamo che cosa significa per lei quest’esperienza:
Questa esperienza ha permesso a me e a tutti i ragazzi coinvolti nel progetto, di creare nuove relazioni di amicizia ,che all’interno del nostro gruppo si sono intensificate ,grazie alla collaborazione nel mettere in scena questo piccolo atto. Attraverso questo scambio di parole e pensieri abbiamo trovato coesione e manifestato dedizione ,che a mio avviso sono valori da praticare ogni giorno. Inoltre la partecipazione a questo progetto ci ha dato la possibilità di conoscere Pirandello in modo diverso, non scolastico ma più realistico.
– È la tua prima volta su un palcoscenico così importante?
Non è la prima volta che interpreto un personaggio su un palco così importante. Il mio primo spettacolo si è svolto proprio al Teatro Pirandello, quattro anni fa. Sono molto legata a questo teatro, di cui conosco ogni angolo e ogni emozione che sa regalare. Recitare, su palchi grandi o piccoli che siano, apre la mente e permette di scoprire sempre qualcosa di nuovo su se stessi. Mettere in pratica tutto ciò che ho studiato è ogni volta una sfida, ma anche un’emozione unica, che mi fa sentire viva. Ogni personaggio che porto in scena lascia qualcosa dentro di me, e ogni volta salire su quel palco è come tornare a casa, ma con una consapevolezza diversa, più forte.



L’Equilibrio fragile tra uomo e creato