Ci sono sguardi che non chiedono di essere spiegati, ma ascoltati. Una, nessuna, centomila lune, dell’I.I.S. “Fermi” di Aragona, nasce proprio da qui: dalla voce semplice e diretta di chi racconta senza filtri una realtà che esiste, spesso invisibile, sotto i nostri occhi.
Ispirato a Ciaula scopre la luna, il corto teatrale attraversa il confine tra omaggio e contemporaneità e porta in scena storie di adolescenti che parlano di lavoro con un candore disarmante. Nel “Caffè della stazione”, luogo sospeso e simbolico, le loro parole diventano specchio di un mondo in cui la crescita si intreccia troppo presto con la fatica e la responsabilità.
Come accade a Ciaula davanti alla luna, anche qui qualcosa si rivela: una consapevolezza improvvisa, che illumina e insieme lascia un segno profondo.

Per comprendere come la letteratura possa farsi strumento di indagine sociale e dare voce a realtà spesso invisibili, abbiamo chiesto alle professoresse Ketty Alfano e Maria Portella, insieme al professor Vincenzo Caci, di guidarci nel processo creativo che ha trasformato la meraviglia di Ciaula in una riflessione contemporanea e necessaria.
– Come nasce la scelta di partire da Ciaula scopre la luna per affrontare il tema del lavoro minorile?
“La scelta di portare in scena un corto ispirato a Ciaula scopre la luna — spiega la professoressa Ketty Alfano — non è casuale, ma nasce dall’esigenza di trovare un linguaggio universale per trattare una realtà spesso invisibile. Ciaula diventa nel nostro progetto lo specchio degli adolescenti di oggi che, inconsapevoli dei loro diritti, spesso si abituano allo sfruttamento pur di soddisfare i loro piccoli ma indispensabili piaceri come l’acquisto di un telefonino o di un bel paio di scarpe.”
– Il vostro lavoro intreccia omaggio e attualizzazione: come avete costruito questo passaggio dalla novella alla scena contemporanea?
“La Luna, nella prima scena, è una rivelazione quasi divina per il ragazzo che vive nel buio della miniera — osserva la professoressa Maria Portella — mentre nella terza diventa un elemento quasi scontato per i giovani moderni. Il sacco contro lo smartphone: entrambi “pesano” sulle spalle o nelle mani dei protagonisti, ma rappresentano forme di schiavitù molto diverse tra loro.”
– Il caffè della stazione è un riferimento simbolico forte: che ruolo ha nello sviluppo della narrazione?
“Il riferimento simbolico del bar della stazione — prosegue Maria Portella — delinea una sorta di microcosmo dove l’individuo si confronta con il peso dell’esistenza. Se la miniera è un ventre buio e soffocante, fatto di fatica fisica e privazione , in cui l’uomo è quasi ridotto a una bestia , il bar diventa un luogo apparentemente libero , fatto di luci , rumori , occasioni di incontro. Rappresenta una bolla che protegge e nello stesso tempo proietta i ragazzi verso l’esterno, il mondo, le paure e i progetti.”

– Avete scelto di raccontare il lavoro minorile senza retorica, attraverso uno sguardo diretto: quanto è stato importante mantenere questa autenticità?
“La retorica crea distanza, l’autenticità crea empatia — chiarisce Ketty Alfano — e raccontare il “candore disarmante”di chi lavora in un luogo sospeso come il ‘Caffè della stazione’ serve a scuotere la coscienza di chi legge, lasciando quel “segno profondo” che solo la verità può imprimere.”
– Il gruppo è composto da sole due alunne: come ha inciso questa dimensione ridotta sulle scelte registiche e narrative?
“È stato un lavoro con un approccio e uno sguardo femminile come la luna — rileva il professor Vincenzo Caci — che si riscontra nel taglio narrativo estremamente sincero e con una leggera venatura romantica.”
– In che modo le studentesse hanno contribuito alla costruzione dei personaggi e dei dialoghi?
“Raccontando senza filtri, con naturalezza, quello che può essere oggi qualche segmento del lavoro minorile ascoltando o leggendo dalla cronaca storie diverse. Hanno fatto tutto loro — specifica Vincenzo Caci —cercando di “fotografare” la realtà.”
– Qual è il messaggio principale che volete arrivi al pubblico?
“Il messaggio che si vuole dare al pubblico è che nonostante il progresso tecnologico e il passare dei secoli, lo stupore di fronte alla bellezza della natura resta l’unico linguaggio universale— dichiara Maria Portella — e il “carusu” dell’Ottocento e Andrea nel 2026 provano la stessa emozione guardando il cielo. È un invito a alzare lo sguardo dallo schermo (come fa Andrea su sollecito di Marta) per riscoprire ciò che è eterno.”
– Che valore ha per voi partecipare al concorso Uno Nessuno e Centomila, anche in relazione al territorio di Pirandello?
“Partecipare al concorso “Uno Nessuno e Centomila” per gli studenti dell’I.I.S. “Fermi” di Aragona non ha significato solo una gara, ma un’ esperienza unica— conclude Ketty Alfano — per onorare il legame profondo con questa terra, che tanto ha ispirato le opere del nostro amato Pirandello. Inoltre ha dato voce e corpo” a temi universali partendo dalla propria eredità culturale e ci ha permesso di trasformare i classici in strumenti vivi per comprendere il presente.”
Il cuore pulsante di questa narrazione risiede nello sguardo diretto e sincero delle sue interpreti. Giuseppina Cenci e Lola Dosda ci raccontano cosa significhi prestare il corpo e la voce a una storia di fatica e consapevolezza, scoprendo la propria ‘luna’ tra le pieghe della realtà quotidiana.

– Qual è stato il vostro primo incontro con Ciaula scopre la luna?
“All’inizio dell’anno, tra le diverse novelle prese in esame per il progetto teatrale — racconta Giuseppina Cenci — questa è stata quella che ci ha colpito di più in assoluto.”
– Come avete vissuto il passaggio dal testo originale alla storia che portate in scena?
“Abbiamo scelto di attualizzare la novella ambientando il tema ai giorni nostri — precisa Giuseppina Cenci — chiedendoci: se ieri i nostri coetanei lavoravano nelle miniere, oggi che tipo di fatiche svolgono i ragazzi della nostra età?”
– I vostri personaggi raccontano il lavoro con naturalezza: cosa vi ha colpito di più di questo aspetto?
“Soprattutto la spontaneità — evidenzia Lola Dosda — di chi oggi vive con naturalezza il fatto di fare qualche piccolo lavoro in estate o nei fine settimana.”
– C’è un momento dello spettacolo in cui avete sentito più forte il significato del vostro lavoro?
“Certamente quando i ragazzi parlano seduti al bar del loro lavoro — ricorda Giuseppina Cenci — è stato in quel momento che abbiamo visto il corto prendere davvero forma.”
– Interpretare una realtà come quella del lavoro minorile ha cambiato il vostro modo di guardare il mondo?
“Sì — conferma Lola Dosda — perché abbiamo constatato con mano che il lavoro minorile è una realtà presente oggi esattamente come lo era ieri.”

– Qual è stata la difficoltà più grande nella preparazione del corto teatrale?
“Passare dal testo scritto alla messa in scena — risponde Giuseppina Cenci — oltre a trovare gli attori e coordinare le prove. È la nostra prima esperienza. Non sempre è stato facile. Il nostro entusiasmo ci ha fatto superare le difficoltà e il supporto dei professori a valutare sempre ipotesi alternative.”
– Che cosa rappresenta per voi la “luna” oggi?
“Rappresenta la serenità e la trasformazione — termina Giuseppina Cenci — ovvero la possibilità di un mondo migliore, la voglia di sognare e una sfaccettatura luminosa della vita.”
Il successo di questo racconto corale è stato reso possibile grazie al talento e all’impegno di tutti i giovani interpreti che hanno dato vita alla pièce: Giuseppina Cenci, Gloria Cutaia, Lola Dosda, Agata Svirina, Valerio Cacciatore, Rosario Modica, Amen Afdhal e Santo Russo.





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