C’è un punto in cui il silenzio diventa linguaggio, e la scena si trasforma in visione. Dalla regione di Nabatieh, la Casa Culturale di Sarba, villaggio a pochi chilometri da Beirut, porta al Concorso un lavoro che attraversa Pirandello per aprirsi a una riflessione più ampia, quasi cosmica, sul rapporto tra l’uomo e il creato. La Terra, ispirato a Pallottoline di Luigi Pirandello, è un corto teatrale sperimentale che si muove tra contemplazione e denuncia. Al centro, la figura di Maraventano, sospesa tra isolamento e ricerca, tra rifiuto dell’umano e tensione verso l’armonia universale. Accanto a lui, sette presenze simboliche incarnano gli elementi della Terra, in un equilibrio fragile che si incrina sotto il peso dell’azione umana. È un lavoro che affida al gesto, al corpo e al silenzio il compito di raccontare, restituendo un’immagine potente: quella di un mondo che si consuma, mentre qualcuno prova ancora a comprenderlo — o a salvarlo.

Dietro la genesi di questo progetto c’è la visione della professoressa Mona Rizk, che ci racconta come il simbolismo e la sperimentazione siano diventati la chiave per trasformare la solitudine di Maraventano in un’esperienza visiva capace di interrogare il nostro posto nell’universo.
– Come nasce la scelta di lavorare su Pallottoline di Pirandello in una chiave così fortemente simbolica e sperimentale?
“Abbiamo scelto questo testo perché è molto profondo e interessante. Volevamo presentarlo in modo diverso, non tradizionale. Per questo abbiamo usato simboli e immagini per esprimere le emozioni dei personaggi. Il nostro obiettivo era creare un’esperienza più visiva e moderna.”
– Il vostro lavoro parla non solo di isolamento, ma anche del rapporto tra uomo e universo: come è nata questa idea?
“All’inizio volevamo parlare solo della solitudine di Maraventano. Poi abbiamo capito che questa solitudine è più grande, riguarda anche il suo posto nel mondo. Così abbiamo deciso di collegare la storia all’universo e alla natura. Abbiamo voluto mostrare che l’uomo è piccolo, ma ha una grande responsabilità.”
– Come avete costruito il personaggio di Maraventano e il suo rapporto con la natura?
“Maraventano è un uomo che vuole stare da solo. Non vuole avere contatti con gli altri. Abbiamo mostrato questo con silenzi e scene lente. La natura per lui è molto importante: è un rifugio, ma anche qualcosa che lui rispetta molto. Sembra quasi che la natura sia più importante delle persone.”

Il regista Hadi Bitar ci conduce nel cuore del processo creativo, svelando come il silenzio e il linguaggio del corpo possano dare voce agli elementi della Terra, trasformando il gesto minimale in una potente forma di comunicazione universale.
– I sette elementi della Terra diventano una presenza scenica: come hai lavorato per tradurre questo simbolismo in azione teatrale?
“I sette elementi sono stati concepiti non come concetti astratti, ma come presenze vive incarnate dai performer. Lavorando con i ragazzi, ci siamo concentrati sull’espressione fisica, sul ritmo e sulla ripetizione per sviluppare un linguaggio gestuale capace di evocare l’essenza di ciascun elemento senza ricorrere a una rappresentazione letterale. L’azione teatrale nasce da un approccio minimale: piccoli movimenti, precisi, che nel tempo accumulano significato. Anche lo spazio ha avuto un ruolo fondamentale; collocando tutti gli elementi in un ambiente condiviso, la loro coesistenza e interdipendenza diventano visibili. L’obiettivo non era che lo spettatore decodificasse il simbolismo a livello intellettuale, ma che lo percepisse in modo intuitivo.”
– Il linguaggio del tuo corto sembra affidarsi molto al silenzio e al gesto: quanto è stato importante ridurre la parola?
“Ridurre la parola è stata una scelta tanto deliberata quanto essenziale. Il linguaggio, pur essendo potente, può anche limitare l’interpretazione fissando il significato in modo troppo preciso. Il silenzio, al contrario, apre uno spazio di ambiguità, di emozione e di riflessione personale. Il gesto diventa così una forma di comunicazione più universale, capace di superare barriere culturali e linguistiche. Affidandomi al silenzio e all’espressione fisica, ho cercato di raggiungere un livello percettivo più istintivo, in cui lo spettatore non si limita a comprendere il film, ma lo vive.”
– Il tema dell’impatto umano sugli equilibri naturali è molto forte: quanto è stato importante renderlo leggibile senza essere troppo esplicito?
“È stato fondamentale mantenere un equilibrio tra chiarezza e sottigliezza. Volevo che la presenza dell’impatto umano fosse percepita — quasi in modo viscerale — senza ridurre il film a un discorso didascalico. Quando il messaggio diventa troppo esplicito, rischia di chiudere l’interpretazione e trasformare l’opera in un semplice argomento morale. Per questo ho scelto di suggerire piuttosto che dichiarare, lasciando allo spettatore il tempo di riconoscere progressivamente le tracce di incuria, violenza e squilibrio. Questo approccio favorisce un coinvolgimento più personale, in cui il significato non è imposto, ma scoperto.”
La parola passa infine ai veri protagonisti, i giovanissimi interpreti della Casa Culturale di Sarba, che condividono il loro viaggio emotivo tra la natura del Libano e la scena, raccontando come hanno dato corpo agli elementi e alla responsabilità di proteggere il nostro futuro.
– Lavorate su simboli e elementi naturali: come vi siete preparati per interpretarli in scena?
“Ci siamo preparati attraverso una lettura profonda – spiega Maroun Mezher – e dalla comprensione dei significati e dei messaggi del racconto, poi siamo passati a un lavoro di osservazione della natura e di ricerca fisica. Abbiamo utilizzato esercizi di movimento e improvvisazione per entrare nell’energia degli elementi, cercando di esprimerli senza parole. È stato un processo intuitivo, basato sull’ascolto del corpo e sulla connessione tra di noi.”
– Cosa rappresenta ogni elemento?
“La Terra rappresenta stabilità, radici e forza; l’Acqua è emozione, fluidità e cambiamento; l’Aria è libertà, respiro e pensiero; il Fuoco è energia, passione e trasformazione; il Vegetale rappresenta la crescita e il ciclo della vita, l’Animale come istinto e natura primordiale, fino all’Essere umano, che incarna coscienza e responsabilità.”
– Il vostro lavoro utilizza molto il corpo e il movimento: è stato difficile comunicare senza parole?
“Nel nostro cortometraggio – chiarisce Wadih el Helou – il messaggio trasmesso attraverso le scene non poteva essere interpretato con le parole. L’incarnazione degli elementi terrestri, che noi attori rappresentavamo, è stata l’approccio ideale per coinvolgere il pubblico e fargli percepire la relazione tra l’essere umano e la natura. E come si può concludere verso la fine del cortometraggio, evidenziando la distruzione irreversibile che l’umanità sta causando al dono sacro che ci è stato concesso, la Terra.”

– C’è un momento dello spettacolo che vi ha colpito particolarmente durante le prove?
“Ogni esperienza ha avuto un carattere unico – afferma Sarah el Helou – , ma la scena che mi ha colpito di più è stata quella in cui vediamo come l’umanità abbia sfruttato questa risorsa naturale in tutti i suoi aspetti, fino a distruggerla completamente. Quest’ultima scena è stata molto toccante perché ho intravisto una sorta di futuro inevitabile se l’umanità non smetterà di depauperare tutto ciò che è sotto il suo controllo.”
– Il tema dell’ambiente e dell’equilibrio naturale è centrale: quanto lo sentite vicino alla vostra esperienza?
“Nel nostro villaggio nel sud, possediamo un vasto paesaggio naturale ricco di elementi unici e diversificati. Per questo motivo, è stato facile immergerci nella natura, perché siamo cresciuti e abbiamo vissuto la maggior parte della nostra vita lì. Purtroppo, la dolorosa realtà ci ha fatto desiderare sempre di più questo ambiente, a causa della sua assenza nella nostra società e nella vita quotidiana.”
– Come avete vissuto il lavoro di gruppo in un progetto così simbolico e corale?
“Questo cortometraggio è stata una nuova esperienza per me – dice Wadih el Helou -: l’assenza di parole, l’uso esclusivo del corpo per rappresentare concetti… è stato un nuovo modo di recitare. E ciò che ha reso questa esperienza ancora più speciale è stato il gruppo con cui ho avuto la fortuna di lavorare. Sia gli attori che il gruppo di lavoro dietro la camera, eravamo tutti amici e avevamo lavorato insieme su molti progetti prima di questo, il che ci ha aiutato ad adattarci al modo di lavorare degli altri e, se posso dirlo, ci ha reso molto compatibili. Inoltre, la visione unita che avevamo per l’esito finale del cortometraggio è stata davvero un vantaggio per il grande risultato che abbiamo ottenuto.”





Quando il fischio diventa libertà